Se non dovessi tornare.

Stranezze e stupidaggini di un nonno in pensione nelle terre dei Vikinghi.

martedì 16 maggio 2017

La scuola in Svezia, esempio o problema? Una mamma italiana racconta.


Vivo a Stoccolma da dieci anni (seppur con lunghe pause in Italia) ed è difficile, ora, far combaciare le mie prime immagini della Svezia con la realtà quotidiana. I miei primi ricordi sono puri, pieni di gioia. 
Rubina Valli

Immagini di foreste, di una città con antichi palazzi color ocra e di una lingua sconosciuta che mi faceva sentire piacevolmente persa, immersa in un flusso di vita “altro” che desideravo conoscere e rendere mio.
Il mio presente qui è diverso, ho un rapporto di amore e odio con questo Paese, e se osservo lucidamente queste due dimensioni della mia identità, mi accorgo che tutto ciò che riguarda l’amore è legato alla mia esperienza privata: l’entusiasmo del primo viaggio, l’emozione bellissima di incontrare quello che ora è mio marito e il papà delle mie bambine, e tutti i nostri ricordi, le nostre abitudini. L’avventura di una lingua nuova tutta da imparare, nuovi legami e nuove amicizie da vivere.
Tutto questo è racchiuso in una nicchia privata, lontana dagli aspetti “istituzionali” della vita qui. Primo fra tutti, la scuola che non sempre è un luogo idilliaco come spesso ci viene raccontato.
L’asilo aperto per i più piccoli
Il sistema scolastico svedese prevede che, per legge, i bambini non possano iniziare l’asilo prima dei dodici mesi, ma molto spesso cominciano più tardi, grazie ai lunghi congedi parentali offerti dallo Stato (480 giorni pagati da dividere tra i genitori, o a carico di un genitore solo nel caso sia l’unico a lavorare). Questa impostazione è molto positiva per le famiglie e credo che dovrebbe essere presa ad esempio da altri stati. Lo stesso vale per la bellissima realtà della öppen förskola, ovvero l’asilo aperto: asili a tutti gli effetti in cui però mamme, papà, tate o nonni stanno con i bambini tutto il tempo. Si tratta di un’occasione per permettere ai bambini di socializzare in maniera dolce, senza il trauma di un distacco troppo precoce. Questi istituti sono aperti ai bimbi tra 0 e 6 anni, e sono un’ottima opportunità anche per le mamme di creare legami, soprattutto per quelle che vengono da altri Paesi e non hanno una rete di amicizie.
L’asilo tradizionale invece è il dagis, basato principalmente sul gioco libero ma spesso ispirato a pedagogie montessoriane o steineriane. Grande spazio è lasciato all’esplorazione della natura, con qualunque tempo e temperatura.
La scuola in Svezia: alle elementari a sette anni
La scuola elementare inizia a 7 anni (come in molti Paesi del Nord Europa, dall’Austria alla Germania agli altri Paesi scandinavi) ed è preceduta, a 6 anni, dalla förskoleklass, ovvero da un anno intermedio tra asilo e scuola vera e propria. Tutto, insomma, è fatto a misura di bambino: per non forzare i tempi, per non sovraccaricarli di nozioni e stress. Esistono scuole svedesi pubbliche, scuole internazionali private e friskolor, ovvero scuole indipendenti, come le scuole Vittra. Si tratta di scuole che ricevono sovvenzioni statali ma operano in maniera relativamente indipendente rispetto al sistema scolastico tradizionale.
Eccezion fatta per alcune scuole private, l’istruzione è sempre gratuita. Di solito le lezioni si svolgono tra le 8,00 o 8,30 e le 14,00, con lunghe pause (la ricreazione dura anche un’ora, sempre all’aperto e con qualunque tempo).
Insomma, tutto sembrerebbe fantastico. Eppure…
Già durante la prima gravidanza, guardavo gli asili con recinzioni basse o spesso addirittura senza recinzioni o con cancelli aperti e provavo un senso di inquietudine: com’è possibile che il luogo dove si lasciano bambini molto piccoli sia accessibile a chiunque, giorno e notte? È accettabile trovare preservativi usati e bottiglie di birra nei cortili delle scuole? A quanto pare, sì.
Questo era stata la prima avvisaglia di una realtà totalmente diversa dal paradiso che ci fanno immaginare. Quando provavo a fare notare queste cose, mi veniva risposto: “Ma non succede mai niente”. La realtà, però, è un’altra. A Malmö stupri e omicidi si ripetono quasi settimanalmente. Uno degli ultimi episodi risale a domenica 12 febbraio, quando un giovane è stato colpito a morte da colpi di pistola esplosi in una via centrale della città, Möllevången. Solo due giorni prima, un funzionario è stato colpito da uno sparo mentre spalava neve, a pochi metri da una scuola. Nell’ottobre del 2015, un’aggressione ha avuto luogo proprio in una scuola, nella cittadina di Trollhättan: un uomo mascherato e armato di spada ha ucciso due persone e ne ha ferite altre due, prima di essere ucciso dalla polizia.
Già cinque anni fa, Malmö era tristemente nota per la frequenza allarmante di stupri (si veda il grafico qui sotto).
Ora il quadro è aggravato da episodi di violenza che si susseguono quasi quotidianamente. Trump ha sfruttato questa realtà per mostrare come l’immigrazione mal gestita porti a gravi conseguenze. La questione è complessa e richiederebbe analisi approfondite, quindi mi limiterò ad una riflessione. Il problema non sono gli immigrati, In Svezia ci sono insegnanti di ogni nazionalità e provenienza, così come medici e ricercatori. L’integrazione non è semplice qui come non lo è altrove, ma la Svezia offre a tutti la possibilità di integrarsi, o almeno di provarci, anche se purtroppo il razzismo esiste, mascherato dall’algida efficienza scandinava. Il problema alla base di tutto è qualcosa di molto più sottile, qualcosa di difficilmente afferrabile eppure reale.
Quello che nessuno dice sulla scuola in Svezia
Qualcosa che ho scoperto lentamente, nel corso degli anni, ma soprattutto quando ho dovuto iniziare la ricerca di un asilo per mia figlia.
Fra tutti gli asili che ho visitato e scartato prima di decidere di tenerla a casa con me, voglio parlare di uno in particolare, perché descrive perfettamente la realtà della scuola e della società svedesi, così piene di controsensi e di una sottile ipocrisia.
Era un asilo bellissimo, circondato da foreste, con aule accoglienti e pulite, pochi bambini e un’atmosfera più di casa che di scuola, come spesso avviene qui. L’educatrice principale era una signora svedese sulla cinquantina, quindi una figura con molti anni di esperienza. Era sorridente e rassicurante nei modi, una persona che trasmetteva serenità e calore.
Le premesse erano ottime ed ero speranzosa, dopo tante delusioni fra igiene pessima, continui cambi di personale e ambienti poco sicuri. Ma ho dovuto ricredermi.
Durante l’inserimento di mia figlia ho avuto la possibilità di passare qualche ora con lei, e questo mi ha permesso di cancellare l’iscrizione, vedendo come andavano le cose.
Nel gruppo di bambini, tutti fra i quattro e i cinque anni, ce n’era uno, uno soltanto, con un carattere impegnativo. Un bambino che aveva più bisogno degli altri di essere seguito, aiutato, accolto. All’improvviso il bimbo ha spinto una piccola compagna in una stanza e ha sbattuto la porta, tenendo stretta la maniglia, perché la bambina non potesse riaprire. La piccola prima batteva semplicemente i pugni, poi ha iniziato a gridare, poi a piangere, disperata.


Io aspettavo una reazione da parte della maestra, che dopo un po’, probabilmente vedendo come la fissavo, ha buttato lì un distratto ”Attenti, così vi schiacciate le dita”. Come se il problema fossero le dita e non il fatto che non si chiude una persona in una stanza contro la sua volontà, facendola singhiozzare e battere i pugni contro la porta.
E non è una punizione che io mi aspettavo, tutt’altro! Mi aspettavo una maestra che si inginocchia davanti al bambino, gli parla guardandolo negli occhi e apre con lui la porta, facendo uscire una bambina da consolare. Mi aspettavo che si dedicasse un po’ di tempo a parlare di rispetto. Invece niente. La scuola in Svezia è anche questo.
Poco dopo, a tavola, lo stesso bambino ha deriso il vestito di mia figlia, che ha reagito smettendo di mangiare e piangendo in silenzio, nella totale indifferenza della maestra, seduta proprio vicino a lei. Le ho fatto notare l’accaduto e la maestra ha esclamato, in maniera chiaramente forzata: ”Su, E., è nuova, dobbiamo farla sentire a suo agio”. Come dire: aspettate che sia meglio ambientata prima di prenderla in giro. Poi feritela pure, non importa.
Se avessi lasciato mia figlia in quella scuola, avrebbe certamente imparato a difendersi, ma non è quello il punto: il punto è che non volevo farle frequentare un ambiente in cui era considerato normale che il più forte ferisse i più deboli. E comunque, quel bambino era semplicemente bisognoso di attenzioni, manifestava un disagio e lasciarlo libero di maltrattare gli altri era nocivo anche per se stesso, perché non gli veniva offerto nessun aiuto concreto per capire e gestire in maniera migliore le proprie emozioni. Un fallimento su tutti i fronti, insomma, eppure non credo che quell’insegnante non se ne rendesse conto. Semplicemente, non sapeva fare altro. La scuola in Svezia non prepara a gestire situazioni come queste. È come se il concetto di non sgridare, non punire e non limitare i bambini sia stato portato all’estremo, al paradosso. E come in tutti gli estremi, i benefici vanno perduti, sotto il peso di una realtà che ovviamente non è compatibile con un’idea astratta.
Caos, superficialità e dati statistici
Lo scrittore norvegese Karl Ove Knausgård (tradotto in Italia da Feltrinelli) vive in Svezia da 13 anni e nel 2015 ha scritto un articolo illuminante, pubblicato dalla maggiore testata giornalistica svedese, il Dagens Nyheter, in cui definisce la Svezia “il Paese dei Ciclopi” e dice dei suoi abitanti: “I ciclopi non vogliono vedere gli aspetti della realtà che non sono in accordo con ciò che secondo loro la realtà deve essere. (…) I ciclopi non sanno gestire l’ambivalente. Ciò che non è né bene né male, sfugge alla loro comprensione, e li fa arrabbiare”.
La gestione dell’aggressività nei bambini, componente naturale ma a volte scomoda del percorso di crescita, rientra evidentemente in questa fascia ambigua che non è prevista e che viene quindi ignorata. Con risultati sconcertanti: i risultati dei test OECD PISA hanno evidenziato che il livello qualitativo dell’istruzione in Svezia è crollato in maniera più drastica rispetto a tutti gli altri Paesi coinvolti nell’indagine, non solo a livello dei risultati nelle singole discipline, ma anche nella qualità dell’ambiente scolastico: in classe mancano le condizioni per poter lavorare, perché l’atmosfera è caotica e fuori controllo. Mia figlia di otto anni, che frequenta una scuola internazionale per molti aspetti migliore delle scuole svedesi tradizionali, ha comunque confermato questa realtà: se si vuole scrivere in pace, si esce dalla classe. Il programma è disordinato e superficiale e il poco che viene fatto non viene corretto. È come se la scuola in Svezia avesse confuso due concetti profondamente diversi: disciplina e rispetto o, in altre parole, rispetto per le regole e rispetto per gli esseri umani. Insegnare a un bambino a non ferire i sentimenti dei compagni o di un insegnante non è un’imposizione ingiusta o una forzatura, e nemmeno un castigo. È un dono, è il seme dell’empatia, dell’ascolto, della tolleranza. Mentre guardavo la bambina piangere dietro la porta, il bambino che la teneva chiusa con tutte le sue forze e la maestra che li ignorava, ho pensato: che senso ha festeggiare la giornata contro la violenza sulle donne se non si cerca di vivere il rispetto e la non violenza nella pratica, a partire dai bambini? E se è abuso alzare la voce su un bambino, com’è possibile che non sia abuso lasciare che i prepotenti schiaccino i più deboli? La scuola in Svezia è piena di controsensi e di questioni irrisolte. Perché non cercare di arrivare al cuore di questi piccoli prepotenti, che altro non sono se non bambini bisognosi di aiuto? Perché intervenire con misure drastiche sugli adulti, invece di educare i bambini?
Oggi la scuola in Svezia non prepara i bambini alle sfide della vita. Troppo superficiale, troppo permissiva. La libertà non si riduce ad abbandonare i bambini a se stessi. Questo è il vero problema. Se, citando Mario Lodi, “La scuola non deve soltanto istruire, ma soprattutto educare”, allora la scuola in Svezia è davvero lontana.
Scritto da Rubina Valli e condiviso da nonno Franco a Stoccolma.
*****

Post in evidenza

LA VITA CONTINUA

La vita la combattiamo ogni giorno, con tutti i suoi problemi e le apprensioni che ne conseguono, ma poi alla fine nel nostro intimo ognun...

Attenzione

Attenzione
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità . Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n° 62 del 7.03.2001. Le informazioni contenute in questo blog, pur fornite in buona fede e ritenute accurate, potrebbero contenere inesattezze o essere viziate da errori tipografici. L`autore si riserva pertanto il diritto di modificare, aggiornare o cancellare i contenuti del blog senza preavviso. Alcuni testi o immagini inserite in questo blog sono tratte da internet e, pertanto, considerate di pubblico dominio; qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d’autore, vogliate comunicarlo via email. Saranno immediatamente rimossi. L`autore del blog non è responsabile dei siti collegati tramite link né del loro contenuto che può essere soggetto a variazioni nel tempo.

Sono andato, tornato, ripartito.

Sono andato, tornato, ripartito.
E così ora sono qui, in un’altra fase della Vita. Abito vicino al ponte Västerbron, a forma di arpa. E’ bellissimo. La mia gratitudine è a scoppio molto ritardato. Faccio in tempo a dimenticare gli atti, i nomi e i volti prima di aver capito quando dovessi ad ognuno.