Ecco come gli italiani all’estero non passano le loro
giornate:
1 - Non passano il sabato mattina in garage o
alle fontanelle a lavare l’automobile. Del resto la macchina neanche ce
l’hanno. Al massimo hanno la bici: più veloce nel traffico, più
salutare, zero problemi di parcheggio e impatto ambientale zero. I
rischi di incidenti ci sono sempre, ma le piste ciclabili sono un po’ ovunque e
se anche si casca il rischio che poi passi una macchina a dare il colpo finale
è molto contenuto. L’aumento del carburante li riguarda solo da lontano,
la parola “accisa” e relative traduzioni non la sentono da tempo e durante il
fine settimana, di notte, possono anche alzare il gomito, tanto si può tornare
tranquillamente con i mezzi pubblici.
2 - Soffrono l’assenza del sole, ma
passano buona parte delle giornate a lavorare e avrebbero comunque poco tempo
per goderselo se non il fine settimana. Certo, molti di loro svolgono anche lavori
umili, spesso di quelli “che non avrebbero accettato in Italia”, ma
non perché prima avessero la spocchia sotto il naso, ma solo perché quel
lavoro, “a quelle condizioni di salario e orario” in Italia li
faceva sentire sfruttati. Altrove no, perché le condizioni sono diverse. Non è
il prestigio di un lavoro ad interessargli, ma la dignità del
lavoratore stesso, di qualsiasi professione si tratti. Non amano vivere sulle
spalle di una società. Molti se ne sono andati proprio perché, stufi di quel
sistema, adesso si guardano bene dal replicarlo.
3 - Mangiano italiano a casa, dove cucinano da
soli (senza aiuto di nonne o mamme) e quando escono per una cena danno
sfogo alla propria curiosità. Thailandese, palestinese, peruviano,
bulgaro, sudanese, a volte persino (i più temerari) tedesco,olandese o svedese.
Sono persone curiose, non hanno paura di provare quello che non conoscono e si
lanciano in nuove avventure. Certo, quando vanno al supermercato la
qualità dei prodotti, soprattutto della verdura, è quella che è, ma alla
lunga si trova una soluzione per tutto. Per fortuna il tema dell’alimentazione
non li occupa per il 30 per cento del loro tempo tra file alla cassa e preparazione
del pasto a casa. C’è così tanto da fare in città che è meglio uscire e
andare a vedere l’ennesimo vernissage gratuito di una mostra che a casa a
mangiare un’ora e mezza davanti alla tv.
4 - Escono soprattutto con italiani, ma
lavorano, parlano e si confrontano con persone da tutto il mondo in
lingue che spesso hanno imparato sul posto o dopo tanti anni di studio in
Italia. Hanno fatto e continuano a fare sacrifici. Non è facile abbandonare amici
d’infanzia e famiglia ed è normale che le difficoltà di un expat
siano più comprensibili per chi ha vissuto un’esperienza analoga piuttosto che
da un locale, tedesco,svedese o inglese che sia. Gli amici
sono la loro nuova famiglia. Se di notte hanno un problema, non c’è
mamma, papà, fratello o sorella a correre in loro aiuto, ma l’amico o l’amica
del cuore. Che, a sua volta, si aspetta che lui o lei facciano
altrettanto a parti inverse. E che sia italiano, spagnolo, argentino
o cinese non importa. Importa che l’amicizia sia sana, sincera e pronta al sacrificio.
L’italiano all’estero non deve dimostrare nulla, né a sé stesso, né agli amici
o agli sconosciuti rimasti in Italia.
5 - Vogliono mettere su famiglia. E nonostante
i loro stipendi possano non essere alti e non ci siano i nonni a dargli
una mano con il babystting, ci provano lo stesso. Si sentono supportati
dallo Stato e così rischiano. E fanno una delle cose più belle al mondo:
dare la vita ad una nuova creatura.
6 - Seguono le vicende italiane con passione.
E’ più forte di loro, ma nonostante vivano all’estero e potrebbero godersi la
civiltà del loro nuovo paese, comunque continuano a sentire vivo il sentimento
che li lega all’Italia e nel caso in cui l’ennesimo tedesco,
americano o francese dovesse fargli una battuta sul perché Berlusconi
sia sempre lì, vogliono potere dare una risposta non banale, ma sociologica
e, in molti casi, anche assolutoria nei confronti di tutti quei loro connazionali
che continuano a dare il proprio voto in maniera piuttosto discutibile. Per
quanto possano trovare giuste le battute dello straniero di turno sulla
situazione politica italiana, per ragioni di orgoglio, non vogliono
dargli ragione, non almeno in faccia. Nonostante tutto o tutti,
continuano ad amare l’Italia e gli italiani.
Sanno bene che tutta la loro cultura, la loro
educazione e, si spera, i loro prossimi successi, sono anche il frutto
di ciò che il loro Paese gli ha dato. Soffrono vederlo andare alla deriva.
Quando tornano per le vacanze o per votare perché non hanno
ancora trasferito la propria residenza (e solo per “fare il proprio
dovere di cittadini” spendono centinaia di euro che spesso neanche hanno),
dopo qualche giorno di entusiasmo da ritorno (cibo, sole e calore della
gente), cominciano a vivere il tutto con disagio. Dal loro punto di
vista sarebbe così facile cambiare le cose in Italia: basterebbe copiare modelli
e idee che già esistono all’estero. Eppure nessuno lo fa.
7 - Non soffrono d’invidia. Non si
permetterebbero mai di dire a qualcuno che è rimasto in Italia che “ha fatto
male” né, a parti inverse, direbbe “parli bene tu che sei andato via”.
Non è razzista, non pensa che “lo straniero rubi posti di lavoro” perché
sa bene che se qualcuno che non parla benissimo la lingua del posto, non ha
conoscenze e neanche troppi soldi da parte con cui sopravvivere nel breve-medio
periodo, riesce ad ottenere un buon posto in un Paese che non è il suo,
significa che è semplicemente più bravo di chi lì ci è nato e cresciuto. In Svezia come in Italia. Non si sente colpevole per avere abbandonato una nave
che affonda, la sua speranza è di potere fare del bene all’Italia da fuori.
Vuole essere un testimonial positivo della propria nazione, vuole che la
sua famiglia sia orgogliosa di lui e per questo si spande come può per
emergere e dimostrare che la sua scelta di partire sia stata giusta.
Con il tempo forse questo spirito di rivalsa si
perde, ogni vita vive percorsi e problemi personali che non sempre hanno a che
fare con la condizione di vivere all’estero, ma una cosa è certa: se in Italia
avessero tutto ciò che in termini di civiltà e meritocrazia hanno
ricevuto nel loro nuovo Paese, forse non ora o tra una manciata di anni, ma
sicuramente nel loro futuro pianificherebbero un ritorno in pianta stabile.
Perché sanno bene che in Italia si può vivere bene come in nessuna altra
parte del mondo. Peccato che i primi a dimenticarselo siano proprio molti degli
italiani rimasti in Italia. Che danno per scontate molte cose e preferiscono
continuare a lamentarsi del sistema invece di provare a cambiarlo. O a
prenderne le distanze.
Perché abbiamo una vita sola a disposizione. E
vale la pena cercarla di vivere nel migliore dei modi possibile.
![]() |
källa:
A. D’Addio,
ilfattoquotidiano.it
|