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foto by: Jonna Jinton |
Quando ho ricevuto l’invito a trascorrere un anno presso
l’istituto per lo studio delle migrazioni di Malmö, non sapevo che avrei
assistito, dal suo epicentro, alla crisi di una superpotenza. Come guardare lo
spirito del mondo a cavallo, senza il cavallo.
Quando si scrive della Svezia, si aggiunge «la superpotenza
umanitaria». Meno di dieci milioni di persone, ma la bandiera svedese sventola
su tutte le crisi del pianeta, primi ad arrivare, ultimi a darla per persa. I
loro politici vengono uccisi cercando di scongiurare massacri. La Svezia riceve
più rifugiati, li accoglie meglio, investe di più su di loro. Gli svedesi sono
sempre i buoni. Credo sia questo a spiegare la mania degli scrittori (e dei
lettori) svedesi per serial killer e crimini morbosi.
Gli stessi svedesi si vedono così, e senza ironia. Chiedevi
ai colleghi perché la Svezia facesse l’opposto della Danimarca, che ha un
atteggiamento sull’immigrazione assai restrittivo, e loro rispondevano (seri)
che avevano il dovere di dare il buon esempio. Appena arrivato ho seguito una
conferenza stampa in cui un giornalista – naturalmente straniero - chiedeva a
un ministro quanti rifugiati avrebbero accettato. Il ministro, che poi è una
ministra, ha risposto stupita «tutti quelli che arriveranno naturalmente», e
finita lì. A me sembrava strano, a tutti gli altri nella stanza no.
Il fatto è che Malmö - un pelo più grande di Verona – è la
capitale informale di questa superpotenza.
Quattro decenni fa, la città era il
caso disperato della Scandinavia. Cresciuta sull’industria navale, il suo
simbolo era l’enorme gru dei cantieri. Un giorno, l’industria navale scomparve.
Persino la gru venne venduta a un porto coreano, dove un’agenzia porta in
pellegrinaggio i nostalgici locali. Seguirono i pusher in centro, i palazzi
abbandonati, le madri che dicono ai figli di non andare in centro. Poi è entrata in gioco un’altra specialità svedese,
l’ingegneria sociale. Che consiste nel decidere cosa va fatto e nel farlo
davvero. Scelsero quattro cose: costruire, in meno di 10 anni, a Malmö il ponte
che oggi collega Svezia e Danimarca. Fondare una nuova università. Riportare in
città i ricchi, affidandosi a grandi architetti. Soprattutto, fare di Malmö la
città dell’immigrazione. Col 28% dei suoi abitanti nati all’estero, e con cento
lingue parlate nelle sue scuole, la cittadina se la batte con New York. Il
ruolo che fu della gru del porto oggi è di Zlatan Ibrahimović, il figlio di immigrati
divenuto idolo del calcio.
Quando è venuto qui a giocare col Saint-Germain, ha pagato il maxi-schermo in piazza, affinché i locali potessero vederlo sconfiggere la loro squadra. Lo amano tanto che non se la sono presa. Oggi, secondo il «New York Times», Malmö è tra i migliori posti in cui vivere. In centro non ci sono più i pusher, bensì la successione di ristoranti a chilometro zero e negozi di design che segue le classi creative come le pestilenze gli eserciti. È la città dove i giovani sognano di trasferirsi. L’esempio citato per spiegare che essere buoni spesso conviene anche.
Quando è venuto qui a giocare col Saint-Germain, ha pagato il maxi-schermo in piazza, affinché i locali potessero vederlo sconfiggere la loro squadra. Lo amano tanto che non se la sono presa. Oggi, secondo il «New York Times», Malmö è tra i migliori posti in cui vivere. In centro non ci sono più i pusher, bensì la successione di ristoranti a chilometro zero e negozi di design che segue le classi creative come le pestilenze gli eserciti. È la città dove i giovani sognano di trasferirsi. L’esempio citato per spiegare che essere buoni spesso conviene anche.
Quando i rifugiati premevano ai confini dell’Ungheria, la
città era mobilitata. Tutti mi chiedevano sempre la stessa cosa. Perché gli
altri non riescono a fare la cosa giusta? Perché non possono essere solo un
pochino più simili a noi? Di sabato, a Malmö si va a fare la spesa a Möllan, il
quartiere degli immigrati e degli accademici. La verdura è buona, la scelta
ampia, il posto così esotico che si usa ancora il contante. Attraversando il
centro, conto quanti espongono il cartello che dà il benvenuto ai rifugiati. A
metà settembre sono 8 su 10, supermercati e tabacchini, barbieri e società di
ingegneria civile. Quando la Merkel diventa un po’ svedese, la città è pronta.
Davanti alla stazione compare un grande tendone bianco. Pronto ad accogliere i
rifugiati che, ogni venti minuti, escono dai treni. Pochi giorni dopo, il
tendone viene sostituito da container decorati con improbabili luci natalizie.
Ad ottobre, la televisione fa vedere i primi (e unici) rifugiati trasferiti
dall’Italia alla Svezia. Gli impassibili colleghi sono quasi commossi, la
superpotenza umanitaria è alive and kicking. Io trovo un errore spedire degli
eritrei a Lulea - dove non c’è luce per tutto l’inverno e ti puoi trovare in
casa un alce – ma vengo zittito. Anche le superpotenze umanitarie hanno i loro
tabù, e qui sono le sacre foreste del nord. I numeri continuano a crescere,
veloci. Quanto in Italia (coi suoi 61 milioni di abitanti). La coda davanti ai
container è sempre più lunga. Un dottorando aggiorna la sua stima del nuovo
fabbisogno di classi scolastiche, di corsi di svedese, di alloggi d’emergenza.
Il governo comincia ad attingere dai fondi per l’aiuto allo sviluppo: la
superpotenza umanitaria ha cominciato a divorare sé stessa. Andando a Möllan, i
cartelli sono sempre lì, ma sempre più scoloriti.
A novembre ascoltiamo il ministro, che poi è una ministra,
annunciare un «temporaneo» cambiamento delle politiche. E il ritorno dei
controlli di frontiera, che interrompe una pratica qui molto più antica di
Schengen. Mentre parla, comincia a piangere, e non credo per aumentare la sua
visibilità. Due giorni dopo, ritornando da Copenaghen, meno di venti minuti di
treno, devo mostrare il passaporto. Non so se siano più tristi i poliziotti o i
passeggeri. Sotto Natale, le luminarie sui container si spengono. Dopo
capodanno, i container sono spariti. È così che le superpotenze umanitarie si
estinguono, non con uno schianto, ma con un gemito.
Gli editorialisti di tutto il mondo gongolano. Gli idealisti
svedesi hanno finalmente preso la legnata che si meritavano. La rassegna stampa
mi ricorda quando, pessimo studente, vedevo il primo della classe sbagliare la
versione. Qualche giorno fa, le nuove leggi sono entrate in vigore. Nel mio
seminario documento come, nonostante tutto, esse restino le migliori d’Europa.
Ma è come cercare di confortare la vedova a un funerale. Un’anziana insegnante
di liceo che frequenta i nostri seminari mi chiede a bruciapelo cosa succederà
ora che non sono più la superpotenza umanitaria. Mi trovo a rispondergli che la
coazione a essere sempre i più buoni è paralizzante quanto quella, così diffusa
in altri Paesi europei, a essere sempre i più cattivi. Liberati dal peso della
superpotenza umanitaria, resta tutto lo spazio del possibile.
Forse il prossimo
libro di successo svedese sarà, per una volta, un romanzo d’avventura. Questo è
l’unico punto che sembra suscitare nel pubblico un barlume di speranza.
(di Giuseppe Sciortino)