La Svezia si è sempre considerata una società tollerante ed
equa. Ma la mancanza di un vero dibattito sull’immigrazione ha creato
esclusione e incomprensione
Per Nazanin Johansson il suo aspetto non è mai stato un
problema. A causa dei suoi capelli e dei suoi occhi scuri non è mai passata
inosservata. Sapeva che avrebbe dovuto fare del suo meglio per riuscire. Ma
nonostante ciò la Svezia rimane per lei un paese che permette di farcela. E
dove si può diventare, come nel suo caso, una dinamica mediatrice di un centro
per l’occupazione in un quartiere difficile.
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Nazanin Johansson |
Le immagini provenienti dalla Svezia hanno fatto il giro del
mondo. Un sentimento di rabbia in un paese in cui il governo si prende cura dei
suoi cittadini dai primi vagiti all’ultimo sospiro? Razzismo e segregazione nel
paese più egualitario del mondo?
Rapidamente ci si è resi conto di qual era la situazione.
Mentre il mondo guardava altrove, il modello svedese era stato rimesso in
discussione. Dopo la bolla economica degli anni novanta la coalizione di
centrodestra guidata da Fredrik Reinfeldt ha ridotto nel 2006 le spese
pubbliche e abbassato l’aliquota minima.
La Svezia rimane una società egualitaria, ma qui le
disuguaglianze sono aumentate più che altrove in Europa. Come nel resto
d’Europa gli immigrati, i lavoratori poco qualificati e i giovani – i ragazzi
più delle ragazze – sono quelli più in difficoltà. E come nel resto d’Europa
durante gli incidenti di maggio molti provocatori facevano parte di queste
categorie. Ogni anno la Svezia rilascia un numero sempre più grande di
permessi di soggiorno, al contrario di molti paesi europei dove il loro numero
è in calo. I 110mila permessi rilasciati nel 2012 rappresentano un record. Fra
i rifugiati si contano soprattutto siriani, somali, iracheni e rom.
Per loro uscire dalle periferie è molto più difficile che
per i loro predecessori. C’è meno lavoro, la società è diventata più complessa
e più esigente. “Mi piacerebbe diventare custode ma ho bisogno della patente”,
spiega per esempio Sameh Sakr, un egiziano di 22 anni del quartiere di
Hallunda. Una patente, brontola il ragazzo, “ma dove posso trovare il denaro
per pagarla?”
In Svezia la segregazione è un fenomeno importante.
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Orient-Express. |
La separazione fra ricchi e poveri in termini di luoghi di
abitazione esiste in tutte le città d’Europa.
Tuttavia fra i quartieri Stoccolma vi sono delle isole e delle vaste zone verdi, e questo ha permesso alle classi più agiate di diventare quasi automaticamente delle gated communities, delle comunità chiuse.
Tuttavia fra i quartieri Stoccolma vi sono delle isole e delle vaste zone verdi, e questo ha permesso alle classi più agiate di diventare quasi automaticamente delle gated communities, delle comunità chiuse.
Il quartiere di Nockeby è pieno di ville perfettamente
tenute e dotate di antifurto. In compenso vicino alla stazione della
metropolitana di Rinkeby si vedono molti uomini fermi a chiacchierare sulle
panchine fra gli edifici. Qui per esempio ci sono un caffè turco e un bazar
somalo, ma non c’è neanche un bancomat. Com’è possibile che la Svezia egualitaria abbia lasciato
arrivare a questi livelli le sue statistiche e il suo malcontento? Eppure lo
stato non si disinteressa della questione. Al contrario il ministero
dell’integrazione e dell’occupazione vuole creare dei posti di lavoro di base
sovvenzionati e diversificare i corsi di svedese, in modo che un ingegnere
iracheno non si trovi allo stesso livello di un somalo appena alfabetizzato.
Venti anni di ritardo.
Il ministro per l’integrazione Erik Ullenhag dice che il
governo non ha alcuna intenzione di adottare una politica più severa in materia
di rifugiati, come vorrebbe il partito xenofobo dei Democratici svedesi.
“Riteniamo che si tratti di un problema economico e di occupazione giovanile e
non di un problema di immigrazione. Quando si alzano i toni nei confronti degli
immigrati si compromette, in quanto paese, la propria dignità. Inoltre si rende
più difficile la posizione di chi è già nel paese. In ogni caso la Svezia ha
bisogno di immigrati”.
Tobias Hübinette, ricercatore specializzato nelle questioni
di immigrazioni presso il Centro multiculturale della periferia meridionale di
Botkyrka, dice che in realtà gli immigrati hanno bisogno di molta buona
volontà, di perseveranza e di fortuna per colmare il divario economico e di
istruzione e le differenze etniche. Spesso non sono considerati come svedesi,
neanche quelli che sono nati in Svezia. E chi parla l’Einkeby-Svenska, cioè lo
svedese con un accento straniero, non ha alcuna possibilità di trovare un
lavoro.
Ullenhag ha una soluzione: un nuovo “noi” per l’Europa. “Non
mi piace il fatto che in Europa il ‘noi’ faccia sempre riferimento al passato.
Negli Stati Uniti chiunque abiti sul territorio americano è considerato
americano. In questo paese il ‘noi’ è rivolto al futuro. Dobbiamo fare lo
stesso in Europa”.“Sarebbe già molto diverso”, dice lo scrittore e giornalista
Viggo Cavling, “se cominciassimo a riconoscere che non siamo quel paese
omogeneo dove tutti sono uguali”.
Ma per Hübinette in Svezia è proprio questo che non si vuole
ammettere. “Il 19 per cento degli svedesi ha ormai un genitore di origine
straniera. Ma non ancora non ce ne rendiamo conto. Non dimenticate che la
Svezia non ha mai avuto delle colonie. Proprio per questo motivo la Svezia è un
paese nazionalista.
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Trad. di Andre De Ritis
Maartje Somers
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