Al Terminal 5 dell’aeroporto di Arlanda non c’è nessuno ad
aspettare quell’uomo magro e visibilmente stanco. Il volo da Istanbul delle
23.35 è atterrato a Stoccolma in perfetto orario. Scarica famiglie, gruppi di
ragazzi, nessuna donna. Ahmed è solo. Ha una piccola borsa nera, un sacchetto
di plastica marrone, una giacca a vento troppo leggera per la tempesta di neve
che da ore si accanisce sullo scalo svedese. Si guarda attorno, individua la
scritta «Polis» sulla giacca di un agente che sorveglia i passeggeri. Esita,
poi lo raggiunge: «Sono siriano. I miei documenti sono falsi. Aiutatemi».
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Benvenuto in Svezia
L’agente sarà alto un metro e novanta. È massiccio, biondo.
Prende la borsa e il sacchetto di Ahmed, li appoggia sul bancone della dogana.
Circonda Ahmed con un braccio, protettivo, guarda il passaporto, lo richiude:
«Benvenuto in Svezia». Ahmed, 31 anni, è un ingegnere di Damasco. Per arrivare a
Stoccolma ci ha messo due mesi e 6000 dollari. È uno dei 30 mila siriani che
ogni anno chiedono asilo al Paese scandinavo. Tutto quello che gli rimane sta
nella sua piccola borsa nera di nylon: due paia di calze di lana, una giacca di
pile a rombi, 300 dollari, uno spazzolino da denti, una coperta di quelle da
aereo, una busta piena di carte, pantaloni della tuta. A Damasco non rimane più
niente: la sua vita «da ricchi», come dice lui, figlio di un costruttore
«sempre pieno di lavoro», la casa di famiglia, le proprietà immobiliari, tre
fratelli, i genitori: «La mia famiglia, la mia vita, è stata sterminata».
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Le vie verso il Nord
Ahmed ha un «contatto» in Svezia, un amico arrivato prima di
lui, su un barcone salpato dalle coste egiziane a giugno. «Mi diceva che in
Svezia rispettano i diritti umani, che si vive bene, anche se fa sempre freddo.
Io mi sono potuto permettere un viaggio più facile del suo - spiega -. Avevo
più soldi». Da Damasco è arrivato in Libano, in un campo profughi nel nord del
Paese: «Lì lavorano gli “agenti di viaggio”. Passano di tenda in tenda, ti
procurano i passaggi e i contatti in Turchia, ma anche altro se vuoi». In
Turchia ci si arriva con una staffetta di auto e piccoli autobus. «Per
raggiungere Istanbul ci ho messo un mese. I trafficanti hanno come basi delle
case private lungo il tragitto». Poi servono documenti: «Ne puoi avere di tutti
i tipi, ma a me bastavano quelli del tipo usa e getta». Costano meno, ma li puoi
usare solo una volta. «A Istanbul ho avuto paura: stavamo in una stanzetta in
dieci, tutti come me, tutti in fuga. Nessuno poteva uscire. Una donna ci
portava da mangiare e basta. Abbiamo aspettato per giorni prima di poter
partire».

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Sull’autobus giallo
Ahmed sparisce per un’ora in una stanza vicino alla dogana.
Controlli di sicurezza. Fuori dal terminal lo aspetta l’«autobus dei
rifugiati», come lo chiamano qui, un pullman giallo che trasferisce i migranti
al centro di prima accoglienza di Märsta, a pochi chilometri dall’aeroporto. A
bordo c’è anche Atta, 45 anni, palestinese, ex parrucchiere. Lui, nel «Paese
congelato», ci è arrivato dopo un viaggio di sei mesi. Da Gaza ha pagato - ma
non vuole dire quanto - per usare i tunnel di Hamas e passare in Egitto,
direzione Ras El Bar, sulla costa. «Una volta che arrivi lì basta aspettare.
Vengono loro». Loro sono gli smuggler - Mahmood, Abo sono i più conosciuti-, e
lavorano tutti per il «Dottore», «The Doctor», un egiziano a capo della rete di
trafficanti e scafisti. Il viaggio sul barcone è durato sei giorni. «Siamo
stati fortunati, non siamo affondati». Appena arrivato a Trapani, Atta è
fuggito: «Eravamo in 1050, metà di noi sono scappati per evitare che ci
prendessero le impronte». Tutti volevano raggiungere la Svezia o la Germania:
«Se ci avessero identificati il Paese a cui richiedere l’asilo sarebbe stato
obbligatoriamente l’Italia. Raggiungere Milano è stato facile, a Trapani ci
sono molti trafficanti che vendono i biglietti dei treni».
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Centro di identificazione
Il centro di accoglienza di Märsta in Maskingatan sembra più
un centro benessere che un Cie. Legno chiaro, luci soffuse, salottini comuni,
l’area per i bambini piena di giochi, stanze per singoli o nuclei famigliari. I
migranti arrivano con il bus giallo, a piedi o con i mezzi pubblici. Il tempo
massimo di permanenza è tre giorni, la media due, poi il Migrationsverket ti
trova una casa vera. Ad accogliere i migranti c’è il sorriso di Anna Andersson.
Si passa dalla registrazione, dove si compila un modulo prestampato in cui si
indicano le generalità, poi nel caso non si abbiano i documenti si passa nella
ala dedicata ai colloqui. Un’altra Anna ha il compito di raccogliere tutto quel
che serve: foto, impronte digitali, che vengono inserite nel database Eurodac,
«ma solo per vedere se ci sono richieste d’asilo avviate in altri Paesi», tiene
a puntualizzare. Per rendere «meno choccante» il rilevamento di impronte questa
ala del centro è ancora più accogliente: tende a fiori, comodi divani chiari,
tappeti, nulla che possa ricordare una stazione di polizia.
Lo Stato pensa a ogni esigenza: nella borsa blu di prima
accoglienza c’è tutto quello di cui si ha bisogno, in un altro centro, a Örebro, c’è anche un servizio di sostegno psicologico. Se fa freddo si può far
richiesta di abbigliamento pesante, alle madri con bimbi piccoli vengono dati
pannolini, giochi e pappe, chi non ha soldi può fare domanda per avere un
sostegno economico. Anche se in teoria non serve: vitto e alloggio sono
garantiti, così come i trasporti (
per i portatori di handicap sono previsti
buoni taxi), l’assistenza sanitaria, l’abbigliamento e una somma minima per far
fronte alle piccole spese extra (circa 80 euro al mese).
«Qua in Svezia fa
freddo, c’è tantissima neve, è tutto silenzioso - racconta Khalid, 44 anni, ex
insegnante di Aleppo. Ma appena arrivi capisci perché se digiti in arabo
“voglio asilo” su un qualsiasi motore di ricerca compare automaticamente la
parola “Svezia”: qui ti rispettano, ti danno una nuova nazione, una nuova vita,
un lavoro, una possibilità.
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by:
monica perosino
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Pensavi di avere perso tutto, poi ti trovi in mano
nuove carte da giocare. Sta a te».