Se non dovessi tornare.

Stranezze e stupidaggini di un nonno in pensione nelle terre dei Vikinghi.

mercoledì 28 gennaio 2015

"Terra promessa”


Al Terminal 5 dell’aeroporto di Arlanda non c’è nessuno ad aspettare quell’uomo magro e visibilmente stanco. Il volo da Istanbul delle 23.35 è atterrato a Stoccolma in perfetto orario. Scarica famiglie, gruppi di ragazzi, nessuna donna. Ahmed è solo. Ha una piccola borsa nera, un sacchetto di plastica marrone, una giacca a vento troppo leggera per la tempesta di neve che da ore si accanisce sullo scalo svedese. Si guarda attorno, individua la scritta «Polis» sulla giacca di un agente che sorveglia i passeggeri. Esita, poi lo raggiunge: «Sono siriano. I miei documenti sono falsi. Aiutatemi».  
Benvenuto in Svezia  
L’agente sarà alto un metro e novanta. È massiccio, biondo. Prende la borsa e il sacchetto di Ahmed, li appoggia sul bancone della dogana. Circonda Ahmed con un braccio, protettivo, guarda il passaporto, lo richiude: «Benvenuto in Svezia».  
Ahmed, 31 anni, è un ingegnere di Damasco. Per arrivare a Stoccolma ci ha messo due mesi e 6000 dollari. È uno dei 30 mila siriani che ogni anno chiedono asilo al Paese scandinavo. Tutto quello che gli rimane sta nella sua piccola borsa nera di nylon: due paia di calze di lana, una giacca di pile a rombi, 300 dollari, uno spazzolino da denti, una coperta di quelle da aereo, una busta piena di carte, pantaloni della tuta. A Damasco non rimane più niente: la sua vita «da ricchi», come dice lui, figlio di un costruttore «sempre pieno di lavoro», la casa di famiglia, le proprietà immobiliari, tre fratelli, i genitori: «La mia famiglia, la mia vita, è stata sterminata».  

Le vie verso il Nord  
Ahmed ha un «contatto» in Svezia, un amico arrivato prima di lui, su un barcone salpato dalle coste egiziane a giugno. «Mi diceva che in Svezia rispettano i diritti umani, che si vive bene, anche se fa sempre freddo. Io mi sono potuto permettere un viaggio più facile del suo - spiega -. Avevo più soldi». Da Damasco è arrivato in Libano, in un campo profughi nel nord del Paese: «Lì lavorano gli “agenti di viaggio”. Passano di tenda in tenda, ti procurano i passaggi e i contatti in Turchia, ma anche altro se vuoi». In Turchia ci si arriva con una staffetta di auto e piccoli autobus. «Per raggiungere Istanbul ci ho messo un mese. I trafficanti hanno come basi delle case private lungo il tragitto». Poi servono documenti: «Ne puoi avere di tutti i tipi, ma a me bastavano quelli del tipo usa e getta». Costano meno, ma li puoi usare solo una volta. «A Istanbul ho avuto paura: stavamo in una stanzetta in dieci, tutti come me, tutti in fuga. Nessuno poteva uscire. Una donna ci portava da mangiare e basta. Abbiamo aspettato per giorni prima di poter partire». 
 Sull’autobus giallo  
Ahmed sparisce per un’ora in una stanza vicino alla dogana. Controlli di sicurezza. Fuori dal terminal lo aspetta l’«autobus dei rifugiati», come lo chiamano qui, un pullman giallo che trasferisce i migranti al centro di prima accoglienza di Märsta, a pochi chilometri dall’aeroporto. A bordo c’è anche Atta, 45 anni, palestinese, ex parrucchiere. Lui, nel «Paese congelato», ci è arrivato dopo un viaggio di sei mesi. Da Gaza ha pagato - ma non vuole dire quanto - per usare i tunnel di Hamas e passare in Egitto, direzione Ras El Bar, sulla costa. «Una volta che arrivi lì basta aspettare. Vengono loro». Loro sono gli smuggler - Mahmood, Abo sono i più conosciuti-, e lavorano tutti per il «Dottore», «The Doctor», un egiziano a capo della rete di trafficanti e scafisti. Il viaggio sul barcone è durato sei giorni. «Siamo stati fortunati, non siamo affondati». Appena arrivato a Trapani, Atta è fuggito: «Eravamo in 1050, metà di noi sono scappati per evitare che ci prendessero le impronte». Tutti volevano raggiungere la Svezia o la Germania: «Se ci avessero identificati il Paese a cui richiedere l’asilo sarebbe stato obbligatoriamente l’Italia. Raggiungere Milano è stato facile, a Trapani ci sono molti trafficanti che vendono i biglietti dei treni».  
Centro di identificazione  
Il centro di accoglienza di Märsta in Maskingatan sembra più un centro benessere che un Cie. Legno chiaro, luci soffuse, salottini comuni, l’area per i bambini piena di giochi, stanze per singoli o nuclei famigliari. I migranti arrivano con il bus giallo, a piedi o con i mezzi pubblici. Il tempo massimo di permanenza è tre giorni, la media due, poi il Migrationsverket ti trova una casa vera. Ad accogliere i migranti c’è il sorriso di Anna Andersson. Si passa dalla registrazione, dove si compila un modulo prestampato in cui si indicano le generalità, poi nel caso non si abbiano i documenti si passa nella ala dedicata ai colloqui. Un’altra Anna ha il compito di raccogliere tutto quel che serve: foto, impronte digitali, che vengono inserite nel database Eurodac, «ma solo per vedere se ci sono richieste d’asilo avviate in altri Paesi», tiene a puntualizzare. Per rendere «meno choccante» il rilevamento di impronte questa ala del centro è ancora più accogliente: tende a fiori, comodi divani chiari, tappeti, nulla che possa ricordare una stazione di polizia.  
Lo Stato pensa a ogni esigenza: nella borsa blu di prima accoglienza c’è tutto quello di cui si ha bisogno, in un altro centro, a Orebro, c’è anche un servizio di sostegno psicologico. Se fa freddo si può far richiesta di abbigliamento pesante, alle madri con bimbi piccoli vengono dati pannolini, giochi e pappe, chi non ha soldi può fare domanda per avere un sostegno economico. Anche se in teoria non serve: vitto e alloggio sono garantiti, così come i trasporti (per i portatori di handicap sono previsti buoni taxi), l’assistenza sanitaria, l’abbigliamento e una somma minima per far fronte alle piccole spese extra (circa 80 euro al mese). «Qua in Svezia fa freddo, c’è tantissima neve, è tutto silenzioso - racconta Khalid, 44 anni, ex insegnante di Aleppo. Ma appena arrivi capisci perché se digiti in arabo “voglio asilo” su un qualsiasi motore di ricerca compare automaticamente la parola “Svezia”: qui ti rispettano, ti danno una nuova nazione, una nuova vita, un lavoro, una possibilità.
by:
monica perosino

Pensavi di avere perso tutto, poi ti trovi in mano nuove carte da giocare. Sta a te».



Post in evidenza

LA VITA CONTINUA

La vita la combattiamo ogni giorno, con tutti i suoi problemi e le apprensioni che ne conseguono, ma poi alla fine nel nostro intimo ognun...

Attenzione

Attenzione
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità . Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n° 62 del 7.03.2001. Le informazioni contenute in questo blog, pur fornite in buona fede e ritenute accurate, potrebbero contenere inesattezze o essere viziate da errori tipografici. L`autore si riserva pertanto il diritto di modificare, aggiornare o cancellare i contenuti del blog senza preavviso. Alcuni testi o immagini inserite in questo blog sono tratte da internet e, pertanto, considerate di pubblico dominio; qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d’autore, vogliate comunicarlo via email. Saranno immediatamente rimossi. L`autore del blog non è responsabile dei siti collegati tramite link né del loro contenuto che può essere soggetto a variazioni nel tempo.

Sono andato, tornato, ripartito.

Sono andato, tornato, ripartito.
E così ora sono qui, in un’altra fase della Vita. Abito vicino al ponte Västerbron, a forma di arpa. E’ bellissimo. La mia gratitudine è a scoppio molto ritardato. Faccio in tempo a dimenticare gli atti, i nomi e i volti prima di aver capito quando dovessi ad ognuno.