giovedì 5 febbraio 2015

Il ruolo di Cristina di Svezia nel carnevale romano


Il Carnevale romano, si festeggia a Roma nel periodo dell'anno che precede la Quaresima; fortemente ispirato ai Saturnalia degli antichi Romani, il carnevale fu uno dei principali festeggiamenti della Roma papalina. Quest`anno la manifestazione si terrà dal 7 al 17 febbraio e sarà dedicata alla regina Cristina di Svezia in occasione del 360° anniversario del suo ingresso nella Capitale da Porta Flaminia dove ancora oggi si può leggere: Felici faustoque ingressui.
Felici faustoque ingressui.
Molte feste barocche e carnevali furono dedicati a Cristina di Svezia (Stoccoloma 1626 – Roma 1689), personaggio storico di grande modernità. Donna passionale e amante della cultura, in particolar modo del teatro e della musica, si prodigò per circondarsi di personalità artistiche offrendo loro il proprio appoggio. Cresciuta in Svezia, allargò i suoi interessi oltre confine, tanto da essere stata poi definita una “personalità culturale europea”. Allieva dell’olandese Grotius, il giusnaturalista fondatore del diritto internazionale moderno, nel 1648 come regina di Svezia firmò il trattato di Vestfalia. A Roma fondò l’accademia dell’Arcadia che si diffuse in tutta Europa. Pur saldamente legata alla concezione della monarchia assoluta, lottò coraggiosamente per l’eliminazione dei pregiudizi religiosi e razziali dell’epoca. Difese la libertà di culto e di espressione di ebrei, protestanti e cattolici.
Aveva solo sei anni quando nel 1632 suo padre, re Gustavo II Vasa, morì lasciandola erede al trono di Svezia. Ma a ventotto, nel 1654, abdicò in favore del cugino, perché “le donne non sono fatte per governare”.
Nata luterana, per influenza dei Gesuiti, si convertì platealmente al cattolicesimo. In piena Controriforma infrangeva ogni convenzione imposta alle donne del suo tempo per affermare il proprio diritto a decidere mostrandosi pubblicamente in abiti maschili e seguendo le proprie inclinazioni a prescindere dal ruolo e dal rango.
Per la cerimonia del solenne ingresso a Roma, sul finire del 1655, il Bernini aveva progettato una carrozza regale. Il corteo partì per una lenta sfilata lungo l’antica e imponente via Flaminia ma, approfittando di una sosta, la Regina abbandonò la carrozza per il suo cavallo. Poteva così essere vista più facilmente dalle migliaia di persone che affollavano le strade per scorgere la sua piccola figura vestita semplicemente in grigio e nero, con una piuma sul cappello in segno di festa. Entrò a Roma tra due ali di folla osannanti attraverso Porta del Popolo, la cui facciata interna era stata ristrutturata in suo onore, sempre dal Bernini su commissione di Alessandro VII che vi fece apporre come già detto un’iscrizione di benvenuto ancora oggi leggibile appunto, Felici faustoque ingressui.
Nella Roma del Seicento, ricca delle opere del grande barocco, prima fra tutti il colonnato di San Pietro del Bernini, Cristina di Svezia ebbe dimora a Palazzo Farnese prima di stabilirsi definitivamente a Palazzo Riario in via della Lungara (oggi Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Corsini). Chi l`avrebbe mai detto...!!

martedì 3 febbraio 2015

Neve, basta neveeeeeeee!!! "Nuie simm d'o Sud...!!"

foto by:Jonna Jinton
Si lo sò, dovrei averci fatto il callo alla neve, dopo una vita in Svezia.  Ma, porca paletta, ogni volta che il servizio metreologico l’annuncia, mi viene il mal di fegato. Insomma, è una gran rottura di zebedei.  Detesto non aver l’opzione di uscire.  Evvabbè, anche se oggi non mi andava propio! (sto finendo un racconto di trenta pagine), voglio decidere io se uscire o no, non la neve, tutto qui!  Comunque, posso lamentarmi fino al mese prossimo, ma non cambia una beata mazza. Eh sì, alla fine ci si abitua a tutto. "Rassegnazione" mi suggerisce nonno Franco. Così oggi mi metto in cucina, perché non c’è posto migliore quando fa un "freddo della madonna" e il panorama è di un ”bianco che più bianco non si può.” 

Avete presente i famosi "du’ spaghi” della cucina romana?" Ecco, i due spaghi sono tradizionalmente riferiti ad una delle ricette più romane in assoluto, di quelle che tutti preparano e che tutti, almeno una volta nella vita, hanno assaggiato: le penne all’arrabbiata. Dove stanno gli spaghi? Da nessuna parte perchè con questo termine si intende tutta la pasta senza alcuna distinzione anche se molto spesso si cede al richiamo etimologico e allora si pensa sia solo la pasta lunga, gli spaghetti appunto!

Le penne all’arrabbiata rappresentano in qualche modo l’essenza dei romani che sono: passionali e “incazzosi”, caciaroni e appetitosi; il loro nome deriva dal fatto che, proprio come quando ci si arrabbia, mangiando questo tipo di pasta si rischia, per via del peperoncino, di diventare rossi rossi
Cosa serve per 4 persone
400 grammi di penne/pennette rigate
400 grammi di pelati
80 grammi di pecorino romano
2 spicchi d’aglio
2 peperoncini freschi
prezzemolo
sale
olio extravergine di oliva

Come si fa
1. Tagliare l’aglio a pezzettini e soffriggerlo in una padella larga insieme al peperoncino tagliato. Aggiungere i pelati tagliati a pezzi, aggiustare di sale e lasciar cuocere per circa 15 minuti senza coperchio.
2. Lessare la pasta e scolarla al dente quindi versarla nella padella con il sugo lasciando sul fuoco per qualche minuto.
3. Impiattare e servire aggiungendo prezzemolo fresco tagliato alla buona e pecorino romano a pioggia.

Risultato: se i peperoncini sono freschi, al primo boccone vi sembrerà di andare a fuoco ma piano piano, magari aiutandovi con un bicchiere di rosso , la situazione migliorerà.

Variante1: qualche sciagurato sostituisce il pecorino con il parmigiano. Non scherziamo, non scherziamo, non scherziamo… d’accordo?
Variante 2: sempre qualche sciagurato ci infila la cipolla sminuzzata. Ecco, facciamo che aboliamo queste rivisitazioni vero? 

Buon appetito a tutti e vedrete che anche la neve gelata sulle strade svedesi non vi farà piu’ tanta paura. The simple things.



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Sono andato, tornato, ripartito.

Sono andato, tornato, ripartito.
E così ora sono qui, in un’altra fase della Vita. Abito vicino al ponte Västerbron, a forma di arpa. E’ bellissimo. La mia gratitudine è a scoppio molto ritardato. Faccio in tempo a dimenticare gli atti, i nomi e i volti prima di aver capito quando dovessi ad ognuno.