lunedì 18 novembre 2013

Solnedgång på landet. (Tramonto in campagna)

«Mi tormentava, allora, anche un’altra circostanza: il fatto che nessuno mi somigliava e io non somigliavo a nessuno. «Io sono solo, e loro sono tutti», pensavo, e mi mettevo a riflettere». (Dostoevskij, da Memorie dal sottosuolo)



Gli italiani diversi. (Favoriter i repris 1)


Rigoletto, atto secondo, scena IV: Palazzo Ducale di Mantova. Il buffone, cui hanno rapito la figlia incontra i cortigiani complici del misfatto e grida “cortigiani vil razza dannata” . E nel libretto si legge: “Cortigiani razza di vigliacchi maledetti a che prezzo avete venduto il mio bene”.

Parole che mi tornano a mente leggendo alcuni blog i quali senbrano aperti solamente per scrivere peste e corna dell`Italia, usando a volte un linguaggio che va oltre i limiti della decenza, ma non è questo che mi preoccupa: di ridicoli il mondo è pieno.
Mi preoccupa più il fatto quando quest`ultimi mettono l`Italia in cattiva luce di fronte hai loro nuovi padroni, dopo si meravigliano se gli autoctoni restino disorientati ed evitano di entrare nel merito del dibbattito.Ve lo dico io il perchè: uno svedese non metterebbe mai la Svezia in cattiva luce sia di fronte ad uno svedese e tanto meno di fronte ad uno immigrato, nemmeno sotto tortura. Quindi il malcapitato autoctono di turno al colmo della meraviglia si starà chiedendo in cuor suo: ”ma che razza di pezzo di m***a ho davanti…!” Ed allora il malcapitato/a per togliersi dall`atmosfera di imbarazzo creata dal cialtrone di turno cercherà una via d`uscita diplomatica e vi dirà che: Si, avete ragione voi, è vero Berlusconi è un pagliaccio, ma comunque gli spaghetti sono cotti al dente, il mandolino è accordato ad arte, ed il sole riscalda di più che in Svezia, a questo punto il cialtrone convinto di aver giovato alla causa italiana si toglie finalmente dalle palle del malcapitato svedese convinto di aver fatto un ulteriore passo avanti nella società svedese (esempio di servilismo all`italiana) non sapendo il tapino di aver fatto al contrario, inrimediabilmente un passo indietro.

Misera Italia dei cialtroni provate, se potete, a tradurre questa parola (cialtrone) in svedese, ma anche in inglese..: certo, c’erano e ci sono, restano, e anche continuamente rinascono (ricicciano come si dice dalle mie parti…) queste minoranze cialtrone, anche se sono, certo,si tratti di minoranze a tutti gli effetti, con i loro splendidi lampi di luce

Forse allora la chiave di questo possibile « essere » contraddittorio degli italiani, dei loro vizi come delle loro virtù, andrebbe ricercata proprio nel periodo in cui l’Italia ancora non c’era, ma c’erano curiosamente eruzioni a tappe di lingua e cultura già italiana.
Poveri italiani “diversi,” dentro i quali si sfumano tanti temi e elementi, tratti caratteriali, slanci e paure, tic, come dire, il genogramma degli italiani, anche se non si sa, non si è ancora capito cazzo  quando e come questi benedetti italiani abbiano cominciato ad esser tali...E poi, ancora, quali di questi italiani ?
Quelli che hanno creato dentro i confini nazionali, o quelli che navigando alla volta del Canada e dell’Argentina, o dell’Australia si sono mischiati con altre culture, come è proprio di tutte le vere culture, e hanno sconfitto la problematicità della loro identità (che quando è "una" fa sempre tremare) accettando il principio della polivalenza? Colombo allora era italiano, o era portoghese? era cristiano o ebreo? E Yves Montand ? E quelli che da fuori arrivano in Italia, « sbarcano » (brrrrr), dalla Romania, o dall’Africa, dall’Albania, e vogliono viverci in questa fragile Italia ?
Forse, i veri italiani sono quelli che son disposti, sia in Italia sia all`estero, ad intrecciare fra loro le lingue gentili del mondo, a ballare il tango e a saltare come i canguri... Ma per fortuna ! Siamo italiani diversi, ma a volte no…

 

domenica 17 novembre 2013

Non ci sono più gli emigranti di una volta.


Diciamoci la verità: non ci sono più gli emigranti di una volta.
Oggi l’emigrazione, perlomeno in molti paesi europei, ha cambiato completamente volto. Ai nostri giorni, come prima cosa, si chiama “espatrio” oppure “expatriation”, che fa tanto figo.  Chi emigra è l’”expatriate” o “expat”, che fa ancora più figo. Ben lungi dall’essere l’omino disperato con la valigia di cartone, l’expat odierno è, più spesso che no, un privilegiato. Se ne va perchè ha ricevuto una ghiotta offerta di lavoro all’estero o perchè al seguito di qualcuno che ne ha ricevuta una a sua volta. Prende il primo volo che trova – magari pagato dal futuro datore di lavoro – oppure la sua macchinina e via che parte con la valigia piena e il cuore ricolmo di speranza o svuotato dalla paura, a seconda delle circostanze. Certo, se è furbo, l’expat prima di partire ha seguito appositi corsi di lingua straniera, per non arrivare completamente impreparato e impossibilitato a comunicare con chiunque. Oppure si arrangia con l’inglese che ha imparato a scuola e va bene così. Diversamente si mette on lain e segue un corso gratuito di lingua, prima e dopo la partenza.
Dunque l’expat giunge nella sua nuova città e inizia a cercare di ambientarsi.  E lo fa tramite i motori di ricerca su Internet. In poche ore, infatti il nostro tramite la rete, comodamente da casa sua, riesce ad individuare nell’ordine:
  • L’associazione di italiani più vicina a casa sua e alla quale rivolgersi nel caso di problemi pratici o linguistici.
  • L’agenzia immobiliare più conveniente e che offra la possibilità di vedere in anteprima le foto e magari i filmati degli appartamenti disponibili, con tutti i dettagli del caso.
  • L’asilo, la scuola o la babysitter più adatti per i figli.
  • I supermercati o i negozi in zona che vendano prodotti alimentari provenienti dal proprio paese d’origine, per poter continuare a mangiare come si deve.
E ovviamente l’elenco di ciò che si può trovare è infinito. Dopo alcune ore, l’expat è stanco e si sente magari un po’ solo. Allora decide quale delle possibilità sfruttare per prendere contatto con amici o parenti rimasti a casa: e-mail, sms, videochiamata, chat, telefonata tramite Skype oppure telefonata semplice vecchia maniera, ma con tariffa speciale per spendere meno. Infine decide che ha voglia di passare un weekend in patria e allora, sempre on lain, prenota un volo low cost e conta allegramente i giorni che mancano al rientro. Poi la sera si cucina un piatto di pasta al pomodoro, con la pasta e il sugo acquistati al negozio di specialità di cui sopra e infine si rilassa davanti alla TV con un programma italiano, che può vedere grazie al satellite che ha fatto appositamente installare. 
Sì insomma, la sua situazione è decisamente migliore di quella dell’omino summenzionato, che doveva cuccarsi mesi e mesi di solitudine, senza poter comunicare con i cari rimasti a casa, se non al prezzo di costose telefonate internazionali; doveva adattarsi a imparare la lingua locale quanto prima, per non soccombere; doveva dormire magari dove capitava; doveva, volente o nolente, adattarsi al cibo locale, dimenticare la pizza e, nel caso della Svezia, accettare il falukorv (vedi foto), che gli piacesse o no; adattarsi altresì al gelo invernale svedese, senza poter prendere un charter e trascorrere 10 giorni a Sharm el Sheik per scaldarsi…e via sulla stessa linea.


Quindi, cari expat all’ascolto, se ogni tanto vi capita di sentirvi soli o disperati o troppo lontani dagli affetti, focalizzate i vostri pensieri sull’omino con la valigia di cartone, sulla vera solitudine e sulla vera disperazione, quelle di chi non poteva pemettersi di andare on lain e tornare a sentirsi per un pò virtualmente a casa o ricreare intorno a sé l’ambiente domestico, come se non si fosse mai mosso dal paesello.
Vedrete che vi passa subito, fidatevi!
(fonte:die italienerin)




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Sono andato, tornato, ripartito.

Sono andato, tornato, ripartito.
E così ora sono qui, in un’altra fase della Vita. Abito vicino al ponte Västerbron, a forma di arpa. E’ bellissimo. La mia gratitudine è a scoppio molto ritardato. Faccio in tempo a dimenticare gli atti, i nomi e i volti prima di aver capito quando dovessi ad ognuno.