Quando a
metà anni sessanta arrivai in Svezia per una stage. incontrai molti
connazionali nella multinazionale che mi ospitava, erano tutti dei gran
lavoratori.
Essi erano
orgogliosi nel dire che sebbene in Svezia, era sufficiente lavorare tre mesi di
fila per ottenere un assegno di disoccupazione pari al 80% dello stipendio
mensile per ben due anni, loro, non se ne approffitavano. ovviamente le pecore
nere c'erano, ma erano in maggioranza di altre nazionalità che incapaci di
inserirsi nel tessuto sociale, passavano le giornate tra bere vino e
interminabili tornei di briscola..
Poi una
ventina d'anni fa, a Stoccolma. incontrai un italiano si chiamava Giovanni, aveva
una trentina d'anni, era un calabrese di Rossano e nella sua vita aveva
lavorato sì e no sei o sette mesi. Ma non di seguito. In Svezia c'era arrivato
sul finire degli anni Ottanta inseguendo due miti: quello della femmina facile
e del welfare. E aveva trovato tutti e due. "Il risultato è che ora cambio
donna ogni sei mesi. Dunque un tetto ce l'ho", mi raccontò. E per i soldi?
"Se uno si contenta è facile. Col sussidio di disoccupazione prendi anche
ottocento euro (la cifra era corone, ma tanto farebbe ora, ndr). E se dimostri
che sei iscritto a un corso per imparare lo svedese i soldi sono anche di
più", ridacchiava raccontando.
Pensai
allora che Giovanni fosse un corpo estraneo in seno alla società svedese, in
natura qualsiasi organismo, raggiunto da corpi estranei, cerca o di integrarli
o di espellerli. Succede anche in quei grandi, multiformi organismi che sono i
popoli. Ogni popolo può, e spesso è ben disposto, ad accettare individui,
abitudini, comportamenti appartenenti ad altri popoli, finché non se ne sente
attaccato o addirittura danneggiato.
Tutto ciò
serve a introdurre un discorso delicato, delicatissimo, perché può essere
frainteso, spesso in malafede, attirando su chi lo fa l'accusa infamante di
razzismo. Sto, ovviamente, parlando della Svezia e degli svedesi, che nelle ultime elezioni hanno mandato in Parlamento - per la prima volta
- i
"Democratici di Svezia" (Sd) di Jimmie Akesson: con il 5,7% dei
voti sono diventati una forza determinante nella politica di quel Paese.
La Svezia
aveva già sorpreso l'opinione pubblica internazionale, qualche anno fa,
mandando a casa, dopo ottant'anni, quei socialdemocratici creatori di un
ipotetico paradiso in terra che assicurava una protezione del cittadino «dalla
culla alla tomba». Paradiso ipotetico, se si pensa che la Svezia ha una
percentuale di suicidi fra le più alte del mondo, eppure di certo confortevole,
se si pensa all'assistenza sanitaria, alle politiche scolastiche e della
famiglia. Ma i socialdemocratici, nei loro sforzi di portare tutti - proprio
tutti - in paradiso, non hanno tenuto abbastanza conto del fatto che anche gli
svedesi sono un organismo che dispone di corpi e di anticorpi.
E sono
scattati gli anticorpi, ovvero l'estrema destra di Jimmie Akesson, ovvero un
giovanottone in giacca e cravatta - obbligatoria nel partito - che ha ripulito
i suoi non con la giacca e la cravatta ma soffocando (almeno all'apparenza) la
componente apertamente razzista del Sd.
Il futuro
ci dirà se ci è riuscito. Di certo, quanto è avvenuto in Svezia è una lezione
interessante per tutti gli altri Paesi europei, in special modo per quelli
guidati dal centrodestra. I quali, se adottano una politica troppo tollerante
verso l'immigrazione, regalano all'estremismo spazi che posso diventare anche molto
vasti.
Staremo a vedere...!
(Sperando che nel frattempo i Giovanni non si siano
moltiplicati...)