Riecco Lars Kepler.
Sempre più nero, più feroce, più rabbioso di sempre per la gioia dei tre
milioni e passa di lettori che nel mondo seguono con trepidazione le
investigazioni spesso poco ortodosse e poco scientifiche dell’ispettore capo
della polizia di Stoccolma Joona Linna
alle prese con omicidi efferati, spesso al limite del paranormale.
È così anche in
quest’ultimissimo La testimone
del fuoco (Editore Longanesi, pagg. 594, euro 18,60) dove la
vittima è una quattordicenne ritrovata nella sua camera presso la casa di
recupero per ragazze in difficoltà, nei dintorni di Stoccolma. Neanche dirlo le pareti sono
schizzate di sangue, le lenzuola ne sono intrise.
Nessun
testimone a
parte una delle ragazze che è misteriosamente fuggita nella notte. E, a parte
una certa Flora che dice di aver visto la ragazza e l’arma del delitto, quella
che nessuno riesce a trovare. Ma nessuno le crede perché Flora, al momento
dell’omicidio, era a centinaia di chilometri di distanza. Eppure lei ha visto.
Già, perché lei è una medium. Insomma, gli elementi ci sono tutti per un altro
successo stellare dopo L’ipnotista
(2010) e L’esecutore
(2011), tutti usciti da Longanesi.

Mi
ero occupato di Lars Kepler (il nome è lo pseudonimo dietro cui si cela una coppia di serissimi
scrittori, saggisti e drammaturghi – Alexandra
Coelho Ahndoril e Alexander
Ahndoril – riciclatisi giallisti, o meglio noir-isti) all’epoca dell’uscita di
L’ipnotista. La domanda che si
poneva allora era se la civilissima Svezia fosse il paradiso che tutti credevamo
o l’inferno che, a partire da Stieg Larsson
e la sua trilogia Millennium
(portata in Italia dall’editore Marsilio), abbiamo cominciato a scoprire:
racconto di un mondo affollato di neonazisti, servizi segreti deviati,
corruzione, serial killer e un’eroina, Lisbeth
Salander, tutta computer, web e violenza. A dar retta
all’ondata di violenza che da Stoccolma, da allora, è arrivata sui banchi delle
nostre librerie, altro che inferno.
Ehi, ma la Svezia
non era quel Paese di sogno un po’ staccato dal mondo, scrivevo, splendidamente isolato, giardino
dell’eden della libertà sessuale, dove la gente era alta, bella e bionda, tutto
funzionava, la morale era tenuta a bada da una rigorosa etica protestante e la
povertà non esisteva?
Il fatto è che la
globalizzazione
ha prodotto spaccature e tensioni persino nello splendido isolamento della
tollerante Svezia, esasperando le inquietudini e creando contrasti sociali che
spesso esplodono in violenze di strada e violenze private, nel chiuso delle
famiglie che, come il vapore compresso in una pentola a pressione, deve uscire
in qualche modo, pena l’esplosione. E tutto questo ha finito per riflettersi
nel cinema, nella musica, nella letteratura.
All’epoca
di Larsson
facevo notare come, a pensarci bene, questa ondata di “gialli smörgåsbord”
sta alla Svezia come gli “spaghetti
western” stavano all’Italia: violenti e smodati i nostri
western; barocchi e traboccanti i loro noir, proprio
come lo sono i tipici buffet svedesi (smörgåsbord, appunto), ricolmi di eccessi
gastronomici di ogni tipo.
Al
pari degli “spaghetti western”, i noir svedesi,
sono stati dapprima una ventata di novità, di geniale invenzione. All’inizio,
negli anni Sessanta, fu la coppia Maj Sjöwall
e Per Wahlöö, con
il loro ispettore Martin Beck, a sollevare interesse per la narrativa
poliziesca nordica, poi fu il turno di Henning Mankell
e del suo commissario Wallander. Investigatori che, comunque, si muovono entro
le regole del poliziesco, con una novità: la denuncia sociale. A parte la novità, per noi
mediterranei, dell’esotica ambientazione scandinava, dei nomi improbabili
(Joona Linna è un uomo o una donna?) e dalla pronuncia difficile (Tuvefjäll).
È
comunque Stieg Larsson, con il successo stellare della sua trilogia Millennium, a definire la nuova
identità del giallo scandinavo, a creare la ricetta del successo conemporaneo.
Dice Pirkko Peltonen, giornalista e scrittrice finlandese che da anni vive in
Italia e con cui avevo parlato allora: «Questa nouvelle vague del giallo è un fenomeno ampio
che investe non solo la Svezia, ma tutti i paesi scandinavi, dalla Finlandia
alla Norvegia, dalla Danimarca all’Islanda. Il racconto poliziesco è un format che
permette di raccontare la modernità, affermare la verità con passione. Sì,
perché a differenza di quanto generalmente si crede, gli scandinavi sono
profondamente passionali. Ardore che si ritrova soprattutto nei romanzi di
Larsson e che talvolta può trasformarsi purtroppo in violenza. Lì da noi c’è
infatti l’annoso problema della violenza familiare che spesso si nasconde alla
vista, che scorre come un fiume carsico nelle vite di molti. Se fa attenzione,
questo si percepisce anche nei film apparentemente pacati di Ingmar Bergman
dove si cela invece una violenza repressa. Si pensi al personaggio del pastore
fanatico e inflessibile, il patrigno di Fanny e
Alexander del film omonimo. Da una parte c’è la sua maschera
publica, rigida e austera, dall’altra il volto privato, preda di attacchi d’ira
incontrollata».
E dire che già
negli anni Sessanta un improbabile Alberto Sordi,
pur con i suoi modi scanzonati, aveva buttato un sasso nello stagno delle
certezze e degli stereotipi con il film Il
diavolo, del 1963, girato a Stoccolma, vincitore dell’Orso d’Oro
al festival di Berlino.
Certo non un
capolavoro
(anche se, poi, Sordi vinse con questo film un Golden Globe), non un’analisi
sociologica, ma realistico quel tanto da spingere un attento osservatore come
lo scrittore e regista Mario Soldati
a chiamare gli svedesi «ipocriti».
Il film, annotava Soldati, è «una potente, spietata demistificazione
della Svezia».
Ma il
mito è più forte di qualsiasi osservazione critica. Soprattutto da noi, qui a sud delle Alpi. Nemmeno
l’impunito omicidio del primo ministro svedese Olof Palme, nel 1986, aveva scalfito la nostra idea
di Svezia. I tentacoli di quell’indagine arrivarono persino a sfiorare
pesantemente il nostrano mondo piduista
(poi la pista, apparentemente, si sgonfiò) .
Fino all’arrivo di Stieg
Larsson, appunto,
con le sue riflessioni a tinte fosche sui malesseri della società, e fino
all’arrivo dei suoi epigoni. Fatto sta che dopo Larsson è stata una corsa
sfrenata a salire sul carro milionario del noir svedese che si è
venduto praticamente a scatola chiusa, anche se da qualche tempo il filone aurifero – a parte per alcuni
autori di rango come Kepler, appunto – si sta un po’ raffreddando (anche perché
comincia a scarseggiare la materia prima che è stata saccheggiata
abbondantemente).
Ma come si riesce a
creare a tavolino un “dopo-Larsson” che sia possibilmente un best-seller? Con
l’eccesso naturalmente. Il marketing
insegna. La saga dei vampiri insegna. E l’eccesso, nel mondo del noir,
sta nel numero di morti, nella dose di violenza e di sangue.
Non è un quindi caso che, per esempio in L’ipnotista
di Kepler (di cui si annuncia la versione cinematografica in uscita a ottobre
2012, diretta da Lasse Hallström
– quello di Chocolat e Le regole della casa del sidro), già
nelle prime pagine, le vittime erano “pestate a sangue, prese a calci,
picchiate, accoltellate”; una bambina veniva segata in due: “la parte del busto
e le gambe erano sulla poltrona davanti alla televisione”; un uomo veniva
ripetutamente pugnalato fino ad amputargli un braccio e “il petto era così
lacerato da sembrare una scodella piena di poltiglia sanguinolenta”. Appunto,
proprio come nei nostri “spaghetti western”,
stracolmi di rivoltellate, di morti raccontate con un sadico rallentatore, dove
più si sparava e moriva, più si vendevano biglietti.
Così, messa in naftalina l’immagine di una società trasparente,
pacifista, solidale, ecco comparire nella narrativa scandinava psicopatici
affetti da patologie ai limiti del credibile. E se è vero che «non siamo
proprio a Chicago», come ribadisce un personaggio di The Indian bride
della regina del crimine norvegese Karin
Fossum, ma è certo che, per dirla con un poeta, accademico di
Svezia, Torgny Lindgren: «Oggi c’è nostalgia per un Paese, la Svezia, che
non c’è più. È come se il male del mondo ci avesse raggiunto. Abbiamo
perduto l’innocenza e nessuno ce la può rendere».
di Claudio Castellacci.(al coniglo agile)