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Björn Larsson |
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Björn Larsson è uno dei più importanti scrittori svedesi, pubblicato da
Iperborea in Italia e commenta così la decisione del suo governo. "Parlare
così di ottantamila persone fa anche un po' schifo. E poi come si fa a
rimpatriarle in maniera umana? Né Svezia, né Europa, con questa voglia di frontiere
chiuse, se lo stanno chiedendo. Senti parlare persino di voli charter, ma a chi
affideranno il lavoro sporco, magari scovando migranti che si
nasconderanno?".
"Noi qui in Svezia abbiamo la capacità di accogliere tante persone, in percentuale alla popolazione il doppio rispetto a quanto fa la Germania. Però poi bisogna esaminare caso per caso, se uno è effettivamente perseguitato oppure se è un profugo economico. Dietro l'annuncio delle 80mila espulsioni c'è questo. Ma il problema è che il procedimento finisce per durare anni. E questo non è umano".
È cambiata l'anima collettiva svedese fino a ieri nota per essere accogliente e solidale?
"Forse non l'anima collettiva, ma una parte sì. Dieci anni fa personalmente ero fiero del fatto che in Svezia non esistesse un partito xenofobo e razzista. Ora invece c'è, siamo diventati esattamente come gli altri. All'epoca era un vanto nazionale accogliere i cileni in fuga da Pinochet, così come poi i bosniaci scampati alla guerra nella ex-Jugoslavia. Ora non più. La Svezia sta cambiando, il nostro sistema funziona ancora, ma crescono le disuguaglianze economiche. Dieci anni di governo di destra hanno diffuso individualismo ed egoismo, venduti come idea di libertà di scelta".
È la paura a generare l'intolleranza nei confronti del migranti?
"In parte. Ma c'è un problema di strategia: il governo ha dapprima scelto la politica dell'accoglienza, per scoprire poi che 160mila profughi in un paese di 10 milioni di persone possono diventare un problema. Troppo tardi, direi".
Comunque un grave colpo all'immagine della Svezia mito della sinistra efficiente e solidale?
"Il problema dell'immagine è la conseguenza, intanto la realtà resta
difficile da gestire. Rispetto ai tempi d'oro della socialdemocrazia di Tage
Erlander prima e Olof Palme poi, manca alla nostra sinistra un grande
comunicatore capace di spiegare scelte anche dure. Finora eravamo più solidali
anche rispetto al resto della Scandinavia. E spero che questa diversità svedese
possa essere salvata. Senza dimenticare il passato quando due milioni di
svedesi affamati trovarono generosità oltre Atlantico."
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Per il governo i profughi sono diventati improvvisamente troppi."Noi qui in Svezia abbiamo la capacità di accogliere tante persone, in percentuale alla popolazione il doppio rispetto a quanto fa la Germania. Però poi bisogna esaminare caso per caso, se uno è effettivamente perseguitato oppure se è un profugo economico. Dietro l'annuncio delle 80mila espulsioni c'è questo. Ma il problema è che il procedimento finisce per durare anni. E questo non è umano".
È cambiata l'anima collettiva svedese fino a ieri nota per essere accogliente e solidale?
"Forse non l'anima collettiva, ma una parte sì. Dieci anni fa personalmente ero fiero del fatto che in Svezia non esistesse un partito xenofobo e razzista. Ora invece c'è, siamo diventati esattamente come gli altri. All'epoca era un vanto nazionale accogliere i cileni in fuga da Pinochet, così come poi i bosniaci scampati alla guerra nella ex-Jugoslavia. Ora non più. La Svezia sta cambiando, il nostro sistema funziona ancora, ma crescono le disuguaglianze economiche. Dieci anni di governo di destra hanno diffuso individualismo ed egoismo, venduti come idea di libertà di scelta".
È la paura a generare l'intolleranza nei confronti del migranti?
"In parte. Ma c'è un problema di strategia: il governo ha dapprima scelto la politica dell'accoglienza, per scoprire poi che 160mila profughi in un paese di 10 milioni di persone possono diventare un problema. Troppo tardi, direi".
Comunque un grave colpo all'immagine della Svezia mito della sinistra efficiente e solidale?
***** di Andrea Tarquini
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