domenica 17 novembre 2013

Non ci sono più gli emigranti di una volta.


Diciamoci la verità: non ci sono più gli emigranti di una volta.
Oggi l’emigrazione, perlomeno in molti paesi europei, ha cambiato completamente volto. Ai nostri giorni, come prima cosa, si chiama “espatrio” oppure “expatriation”, che fa tanto figo.  Chi emigra è l’”expatriate” o “expat”, che fa ancora più figo. Ben lungi dall’essere l’omino disperato con la valigia di cartone, l’expat odierno è, più spesso che no, un privilegiato. Se ne va perchè ha ricevuto una ghiotta offerta di lavoro all’estero o perchè al seguito di qualcuno che ne ha ricevuta una a sua volta. Prende il primo volo che trova – magari pagato dal futuro datore di lavoro – oppure la sua macchinina e via che parte con la valigia piena e il cuore ricolmo di speranza o svuotato dalla paura, a seconda delle circostanze. Certo, se è furbo, l’expat prima di partire ha seguito appositi corsi di lingua straniera, per non arrivare completamente impreparato e impossibilitato a comunicare con chiunque. Oppure si arrangia con l’inglese che ha imparato a scuola e va bene così. Diversamente si mette on lain e segue un corso gratuito di lingua, prima e dopo la partenza.
Dunque l’expat giunge nella sua nuova città e inizia a cercare di ambientarsi.  E lo fa tramite i motori di ricerca su Internet. In poche ore, infatti il nostro tramite la rete, comodamente da casa sua, riesce ad individuare nell’ordine:
  • L’associazione di italiani più vicina a casa sua e alla quale rivolgersi nel caso di problemi pratici o linguistici.
  • L’agenzia immobiliare più conveniente e che offra la possibilità di vedere in anteprima le foto e magari i filmati degli appartamenti disponibili, con tutti i dettagli del caso.
  • L’asilo, la scuola o la babysitter più adatti per i figli.
  • I supermercati o i negozi in zona che vendano prodotti alimentari provenienti dal proprio paese d’origine, per poter continuare a mangiare come si deve.
E ovviamente l’elenco di ciò che si può trovare è infinito. Dopo alcune ore, l’expat è stanco e si sente magari un po’ solo. Allora decide quale delle possibilità sfruttare per prendere contatto con amici o parenti rimasti a casa: e-mail, sms, videochiamata, chat, telefonata tramite Skype oppure telefonata semplice vecchia maniera, ma con tariffa speciale per spendere meno. Infine decide che ha voglia di passare un weekend in patria e allora, sempre on lain, prenota un volo low cost e conta allegramente i giorni che mancano al rientro. Poi la sera si cucina un piatto di pasta al pomodoro, con la pasta e il sugo acquistati al negozio di specialità di cui sopra e infine si rilassa davanti alla TV con un programma italiano, che può vedere grazie al satellite che ha fatto appositamente installare. 
Sì insomma, la sua situazione è decisamente migliore di quella dell’omino summenzionato, che doveva cuccarsi mesi e mesi di solitudine, senza poter comunicare con i cari rimasti a casa, se non al prezzo di costose telefonate internazionali; doveva adattarsi a imparare la lingua locale quanto prima, per non soccombere; doveva dormire magari dove capitava; doveva, volente o nolente, adattarsi al cibo locale, dimenticare la pizza e, nel caso della Svezia, accettare il falukorv (vedi foto), che gli piacesse o no; adattarsi altresì al gelo invernale svedese, senza poter prendere un charter e trascorrere 10 giorni a Sharm el Sheik per scaldarsi…e via sulla stessa linea.


Quindi, cari expat all’ascolto, se ogni tanto vi capita di sentirvi soli o disperati o troppo lontani dagli affetti, focalizzate i vostri pensieri sull’omino con la valigia di cartone, sulla vera solitudine e sulla vera disperazione, quelle di chi non poteva pemettersi di andare on lain e tornare a sentirsi per un pò virtualmente a casa o ricreare intorno a sé l’ambiente domestico, come se non si fosse mai mosso dal paesello.
Vedrete che vi passa subito, fidatevi!
(fonte:die italienerin)




sabato 16 novembre 2013

Scelta privata nel settore pubblico: il nuovo modello di "welfare svedese."


Quante volte vi è capitato di sentir dire che “in Svezia pagano più tasse di noi, ma hanno molti più servizi”? Quest’affermazione è evidentemente semplicistica, così come le repliche che puntualmente seguono. Ma come funziona davvero, questo “modello svedese”? È davvero basato sul ruolo centrale del settore pubblico? La verità è che è molto diverso da come appare. E forse, per questo, ancora più interessante. Un libro molto chiaro sull’argomento è “Private choice in the public sector: the new swedish welfare model”, di Karin Svanborg-Sjövall.
Karin Svanborg-Sjövall
Un anno importante per comprendere le particolarità del modello svedese è stato il 1976. Il governo era stato presieduto per i sette anni precedenti da Olof Palme, leggendario primo ministro socialdemocratico alle cui riforme si deve la fama del welfare state. Eppure già in quello stesso anno Friedrich Hayek -non proprio uno statalista- scriveva che “La Svezia è organizzata molto meno socialisticamente della Gran Bretagna o dell’Austria, benché sia comunemente vista come molto più socialista”. E in quello stesso anno la coalizione liberal-conservatrice, dopo aver vinto le elezioni, istituiva una commissione con lo scopo di studiare strategie per lo snellimento, la decentralizzazione e la deregolamentazione dell’apparato statale.

Tra queste idee accese un notevole dibattito, e risultò paradigmatica negli anni a venire, quella di aprire il settore dell’istruzione ai privati. Scuole e asili nido, infatti, erano sempre stati gestiti dallo Stato, e la scelta della scuola affidata al Comune di appartenenza. Nel 1982 il Partito Conservatore presentò al Riksdag (il Parlamento svedese) una mozione a tutela della “libertà delle famiglie di scegliere l’asilo e la scuola dove mandare i propri figli”. Nei mesi successivi interviste e sondaggi rilevarono l’insoddisfazione di genitori e insegnanti, oltre al risparmio di soldi pubblici che avrebbe sortito una riforma del sistema. E alla fine del 1983, una S.r.l. -la Pysslingen- aprì il primo asilo nido privato, puntando a razionalizzare le risorse in modo da mantenere costi ridotti pur offrendo servizi più mirati alle famiglie. Il caso suscitò tanto scalpore che il governo (nuovamente capeggiato da Olof Palme) emanò nel 1985 una legge ad hoc (la Lex Pysslingen) per vietare il conferimento di denaro pubblico agli asili privati.

La Lex Pysslingen restò in vigore fino al 1992, quando l’allora ministro Per Unckel riformò l’istruzione introducendo il sistema tuttora vigente, basato sul sistema dei voucher ideato da Milton Friedman. Con questo sistema i Comuni versano all’istituto che lo studente decide di frequentare un voucher d’importo pari al costo medio di una scuola pubblica del Comune stesso. Le scuole non possono prevedere costi aggiuntivi, né scegliere gli studenti da accogliere: entra chi s’iscrive prima.
Franska Skolan. (La scuola francese di Stoccolma)
Prima della riforma gli allievi di scuole private erano meno dell’1% del totale; oggi sono il 30%. Le scuole private devono seguire, nella determinazione dei programmi e dei metodi educativi, alcuni criteri, ma godono di un’ampia libertà di scelta. Il costo medio annuo per studente nel 2011 è stato, per le scuole pubbliche, di 10.900 euro per le elementari e 11.340 euro per le superiori; per le scuole private rispettivamente di 9.860 e 10.240 euro. Il sistema, così costruito, ha creato concorrenza non solo nella razionalizzazione delle spese ma anche, e soprattutto, nel livello dell’istruzione. E non è certo una novità che quella svedese sia una delle migliori al mondo, come confermano numerose statistiche (questo un recente esempio fra i tanti).

Anche chi opponeva pregiudizi e ideologie al fatto che a gestire l’istruzione fossero società a scopo di lucro ha dovuto ricredersi. Gli stessi socialdemocratici, che vent’anni fa paventavano una correlazione automatica tra profitto e minore qualità dell’istruzione, richiedono oggi solamente l’allineamento di tutte le scuole a determinati standard qualitativi. Il che, peraltro, non sembra essere affatto un problema. Nei test nazionali del 2010, per esempio, 47 delle 50 scuole peggio classificate erano pubbliche. Per quanto riguarda il profitto, questo non è e non può essere lo scopo su cui si regge il sistema educativo di un paese. Ma è uno stimolo all’innovazione e all’efficienza.

Le scuole private ricevono un importo pari alla media del costo di una scuola pubblica per ogni studente iscritto. Dunque, guadagnano in base al numero di studenti che riescono ad attirare. E come li attirano? Non certo con costi più bassi, che non possono offrire. Bensì, evidentemente, con un più alto tasso qualitativo. Una delle “società di scuole” più grandi del paese, la “Kunskapsskolan”, ha aperto il primo istituto nel 2000. Ma i profitti hanno iniziato a superare le perdite solo nel 2009. Cos’avrà fatto questa società in quei 9 anni? La risposta è semplice: cercato di attrarre più studenti, migliorando la qualità dei servizi offerti.


källa:G. Lev Mannheimer

Quello dell’istruzione è solo uno dei molti campi in cui un nuovo patto pubblico/privato e un allentamento della tensione ideologica fra diverse bandiere politiche potrebbero aiutare l’Italia a migliorarsi. Prendendo esempio da paesi -come la Svezia- la cui “vena sociale” non possa essere messa in discussione.

FoF

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Sono andato, tornato, ripartito.

Sono andato, tornato, ripartito.
E così ora sono qui, in un’altra fase della Vita. Abito vicino al ponte Västerbron, a forma di arpa. E’ bellissimo. La mia gratitudine è a scoppio molto ritardato. Faccio in tempo a dimenticare gli atti, i nomi e i volti prima di aver capito quando dovessi ad ognuno.