domenica 22 dicembre 2013

Lettera ai figli del piagnisteo: "La vostra Italia è meglio della nostra."

Non ho nessuna nostalgia del tempo perduto. Non era meglio allora. È meglio adesso.Un adolescente dell`Italia di oggi è l`uomo più fortunato della storia. Anche se nato in una famiglia impoverita dalla crisi, ha infinitamente più cose e più opportunità di un ragazzo di qualsiasi generazione cresciuta nel Novecento.Vive in una casa riscaldata, illuminata, con il bagno e l`acqua corrente, che i miei nonni da giovani avrebbero osservato con la bocca spalancata dallo stupore.Va al mare, in campeggio, in discoteca, all`estero su voli low cost, ai fast food o nei ristoranti etnici dove mangia piatti esotici: tutte cose che i miei genitori non conoscevano o non potevano permettersi.Ha la tv a colori con decine di programmi a qualsiasi ora del giorno e della notte, un computer connesso con il mondo intero, il telefonino con cui scaricare qualsiasi canzone o film immaginabile, una varietà di social network per ritrovare i vecchi amici o entrare in contatto con gli sconosciuti. 
Noi, quando eravamo ragazzi tra gli anni Sessanta e Settanta, avevamo la tv in bianco e nero, e aspettavamo con ansia le otto di sabato sera per vedere i cartoni animati della tv svizzera, tifando invano contro lo struzzo e per Wile E. Coyote (che chiamavamo Willy). Avevamo letto Pinocchio e il libro Cuore . Sandokan e Orzowei ci parvero la modernità.L`Italia su cui aprivamo gli occhi non era il paradiso in terra. Anzi, era senz`altro peggiore di quella di oggi. Era un Paese scosso da tensioni, talora da tragedie. Era un Paese più inquinato: fabbriche in città, acciaierie in riva al mare, ciminiere, smog. Era un Paese più violento: bombe fasciste, agguati brigatisti, sequestri come quello di Cristina Mazzotti. Era un Paese più maschilista, in cui i «femminicidi» non facevano notizia: chi trovava la moglie con un altro e la ammazzava non commetteva un crimine ma un «delitto d`onore», spesso non finiva neppure in galera. 

Era un Paese più semplice, con meno aspettative e meno pretese. Non si festeggiava Halloween ma si piangevano i Morti. La marcia più alta era la quarta. C`erano la leva obbligatoria e i maneggi per evitarla, la visita militare, la naja, il car, il nonnismo. I calciatori andavano in vacanza in Riviera sotto l`ombrellone e non in Polinesia. La mafia ufficialmente non esisteva, ma in Sicilia era molto più potente di adesso, anche perché in pochi la combattevano. A Napoli c`era il colera. Ma in ogni città c`erano molti più bambini, e non erano chiusi in casa, a giocare con il Nintendo o l`iPhone o l`iPad, a simulare sport con la Wii, a festeggiare il compleanno con gli animatori ingaggiati dalla mamma, i palloncini, le facce dipinte e i giochi organizzati. Si giocava per strada: a nascondino, ai quattro cantoni sul sagrato della chiesa, a palla avvelenata con le ragazze, a pallone con i maschi, fino a quando non interveniva il vigile o il padrone dell`auto che faceva da porta. Avevamo sempre le ginocchia e i gomiti sbucciati.

L`Italia di allora era molto più modesta e povera dell`Italia di oggi. Ma era un Paese che non si lamentava. Per questo mi piacerebbe raccontarlo ai nostri ragazzi, che si lamentano molto, a volte con ragione e a volte no.Lo so che i nostri giovani hanno di che piangere. L`Italia tratta in modo scandaloso i suoi figli. Ne fa pochi. Li fa studiare male. Li grava di debiti. Non gli offre un lavoro. Soprattutto, non li prepara alle difficoltà che incontreranno.Viziamo troppo i nostri ragazzi. Tentiamo di accontentarli in ogni capriccio, di anticipare le loro richieste, di prevenire i loro desideri. Li sfamiamo al di là di quanto desiderino. E quando si affacciano sul mondo sono già sazi. (Spesso, anche grassi). Provate a fare un giro davanti a un liceo romano o milanese: non c`è una bicicletta. Hanno tutti lo scooter, o il papà che li porta in macchina. E la colpa, se si deprimono davanti ai primi ostacoli, non è loro; è nostra. 

Noi avevamo invece una fortuna: il collegamento tra le generazioni era solido. Non avevamo vissuto la fame e la guerra; ma sapevamo che c`erano state. Non abbiamo memoria diretta della ricostruzione e del boom; ma ne avevamo assorbito l`energia. I nonni non erano simpatici vecchietti che venivano in visita ogni tanto, portando regali e inventandosi qualsiasi cosa per strappare un sorriso ai nipoti. Vivevamo con loro. Mia bisnonna Matilde, detta Tilde, sposò un uomo che non aveva mai visto: non era la persona giusta con cui lamentarmi per le mie prime pene d`amore. Nonno Lorenzo aveva fatto la Grande Guerra e visto i compagni di prigionia morire di tifo; non mi potevo lamentare per il morbillo (che i ragazzi di oggi non sanno cosa sia). L`altro nonno, Aldo, a 12 anni faceva il garzone in una macelleria, e andava a piedi per sedici chilometri da Canale ad Alba: non aveva la bicicletta né i soldi per la corriera, e non sarebbe mai salito sulla corriera senza biglietto. 

Neppure nonno Aldo era la persona giusta con cui lamentarsi se non mi compravano il motorino.Quel poco che avevamo era infinitamente più di quello che avevano avuto i nostri genitori e i nostri nonni. Era questa consapevolezza che ci impediva di piagnucolare. Anche perché in casa c`era sempre qualcuno che, se ti vedeva triste, abbattuto, scoraggiato, ti diceva: 
 «Adesso basta piangere!» 
 

venerdì 20 dicembre 2013

Ansia da volo.

È sempre la stessa storia. Mancano pochi giorni prima che parta per l’Italia, e già mi viene l’ansia.  C’è sempre – il timore, la trepidazione, in poche parole il cuore in gola. - e non solo perché devo entrare in quel siluro di acciao - che si chiami Ryanair, SAS o Norwegian  ma sempre una macchina volante è, che ti porta a velocità pazzesca nel grande cielo azzurro della skandinavia, troppo in alto per riflettersi nei suoi grandi laghi. Non crediate che abbia paura di volare io.  Insomma diciamo che non temo il volo, ma preferisco TREMENDAMENTE sentire il suolo sotto la scarpe. Con gli anni uno si abitua (o si rassegna) le fobie si attenuano, i nervi si calmano, e tu lasci che il karma o lo zen (o quel che ti meriti) ti abbracci e prenda il controllo delle tue emozioni, o la mancanza di tali. Dici, ecco, ingoio un calmante leggero, m’infilo gli auricolari, accendo il portatile e mi guardo per l`ennesima volta un film di don Camillo a cui poi presterò ben poca attenzione, ma almeno sento voci che non appartengono ai miei pensieri.  Oh, un Martini, naturalmente.  Bianco o rosso?  Rosso, tack.  Una bella bottiglietta col tappo a vite, non serve nessun cavatappi,(No! Château Mont-Redon) me lo verso tutto nel bicchierone di plastica, sperando che non ci sia subito una turbolenza e me lo faccia rovesciare. 

Così combatto la paura di volare (che non ho) e mi faccio cullare dolcemente dalla nuvole che non vedo ma che sò tengono su l’aereo.  Comunque l`ansia c`entra poco con il viaggio.  ”È quello che mi aspetta all`arrivo” che non mi rende tranquillo (esageratamente agitato), il cuore mi pesa come un macigno, ma poi stranamente mi passa tutto.
Mi sento leggero, sicuro, quando laggiù vedo il mio mare, i tetti rossi di Roma (terrazze!), le macchine fittissime sul grande raccordo anulare, il sacro fiume Tevere che scorre sornione attraverso la Città Eterna, e mi spoglio delle vesti di cui ho bisogno per vivere lassù a Stoccolma. Quasi in un altro mondo,  che siano giorni, mesi, anni, rabbia e delusioni,  mi ritrovo umile e forte allo stesso tempo. Sono coscente che poi tutto si scontrerà inevitabilmente con la realtà di tutti i giorni, ma questa è un’altra storia.  Desidero (cerco) i luoghi della mia adolescenza, ma poi li evito.  Il passato mi aggredisce con una scudiscata in viso, poi mi mancherà la forza (la voglia) di rivestirti con le vesti che ho lasciato all’aeroporto. Perchè devo ritornare!!! Se è vero che i desideri sono belli è anche vero che sono terribilmente deboli e la battaglia con la realtà è sempre inpari. 

Comunque, aspettatemi, Roma, Civitavecchia, Santa Marinella, arrivo, ho comprato un paio di scarpe nuove perfette per camminare sui vostri sanpietrini, così stavolta non scivorelò.
Eccomi, Via Centocelle, Via Traiana, caro amato Viale Garibaldi, ascoltate i miei passi sempre più lenti, accoglietemi con l`urto che aspetto, da voi accetto anche le sberle, capisco tutto io, ma non strapazzatemi troppo, intesi..?




giovedì 19 dicembre 2013

Natale non mio!


Oggi pomeriggio ho fatto una corsa in macchina fino a Stoccolma (in centro intendo…) 
Volevo immergermi nell`atmosfera del Natale. Invece sono stato assalito dai ricordi del passato, atmosfere ancora non troppo lontane, fatte di immagini calde, di voci ridenti, di mistica magia. 

Ma dai Franco! Un balzo indietro può farti bene, non è vigliaccheria come stai pensando, (solo un pò forse…)
Si! Lo ammetto, vorrei fuggire da questo presente che mi fa girar la testa, come una trottola inpazzita tanto da schiacciarmi in una morsa cuore e cervello.
Mi fermo a guardare la vetrine di NK, i bambini guardano incantati, mentre a me manca un pò il fiato e non correvo neanche. Anche se per un attimo ho pensato di farlo, con la voglia incoerente di scappare da questa follia di luci e cori natalizi. per tornare quando tutto sarà passato. Quando tutto sarà tornato come sempre. Almeno ci sono abituato. Meglio tenerle a bada le emozioni. Molto meglio le strade di Civitavecchia,di sera. Quando il cappotto era leggero e rivoltato ma andava bene lo stesso. Per quello strano freddo mediterraneo, spesso umidiccio, fastidioso, ma non mi trafiggieva le ossa, non mi cogelava le budella. Il freddo di Stoccolma sarà anche più secco, ma ti colpisce la faccia con delle scudisciate da lasciarti i lividi.  E tutte ste`luci, la finta allegria di tutte ste`canzoncine di Natale, tutte uguali, sentite e risentite milioni di volte, richiamo per le allodole, quasi sensuale, di negozi sfafillanti di luci accecanti. Sono intorpidito dal freddo, smarrito in questo ”gran casino” traboccante di ansia e rimpianti. 
Via Centocelle, "con le luminarie"
Come sembrano lontani quei Natali che piacevano tanto a noi bambini.  Noi che ci accontentavamo di dolci sciocchezze, non quelli di oggi furbi ed esigenti, che se Babbo Natale non gli porta la Playstation o l’iPod Touch come minimo ti strangolano.  

Le passeggiate in Via Centocelle, in una Civitavecchia svuotata e un pò grigia, dopo il pranzo di Natale in famiglia, solo noi come sempre.  I grandi che passeggiavano sul lungomare conosciuto da una vita, felici solo di poter respirare l`aria di mare. E noi bambini che giocavamo ai cawboy stringendo in mano le  pistole a tamburo 8 colpi dell`anno scorso, che ogni tanto si inceppavano, ma che ci facevano comunque inpazzire di gioia. 
Gli struffoli fatti da mammá, ci aspettavano a casa, al ritorno dal giro natalizio della nostra cittadina, li avremmo mangiati per cena, che gioia, e forse anche qualche pezzettino di torrone, quello sfuso, duro come una pietra, cento forse duecento grammi massimo, comprato a peso al chiosco del pincio. Vorrei non pensare, sperare.  A questo punto della mia vita ho i piedi a terra io, cavolo sono responsabile non posso sognare. Dopo tanti colpi bassi, ho una bella corazza solida e mi ci nascondo dietro.
Natale a Stoccolma, a Kungsträdgården, con il suo grandioso albero di Natale, con i pattinatori che sembrano volare sul ghiaccio liscio e solido della sua bella pista ghiacciata. 
O meglio il Natale di tombolate e giochi di prestigio con le carte. 
Ma smettila Franco di fare paragoni inutili. 
Si! Forse è meglio che lo osservi da lontano questo Natale, anche se ci sono immerso fino al collo.  
È stato bello, però, per un momento credere…

 


Attenzione

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Sono andato, tornato, ripartito.

Sono andato, tornato, ripartito.
E così ora sono qui, in un’altra fase della Vita. Abito vicino al ponte Västerbron, a forma di arpa. E’ bellissimo. La mia gratitudine è a scoppio molto ritardato. Faccio in tempo a dimenticare gli atti, i nomi e i volti prima di aver capito quando dovessi ad ognuno.