Tra le mura del palazzo reale di Stoccolma è iniziato il conto alla
rovescia:
Mancano ormai poche ore al tanto atteso matrimonio reale tra
il principe Carlo Filippo, 36 anni, e la sua fidanzata Sofia Hellqvist, 30
anni, è inutile negare che questo è l'evento dell'anno quì in Svezia. Il principe donerà alla sua futura
moglie il titolo di Duchessa di Värmland, visto che, come è stato per Kate Middleton,
Sofia non è affatto nobile (sono state paragonate anche per la scelta di molti
look, incluso quello delle foto ufficiali di fidanzamento, un abito blu per
entrambe). Anzi, Sofia ha un passato da modella con qualche scatto erotico e da
protagonista di reality show. Eppure da sabato 13 giugno, dopo il matrimonio,
diventerà moglie di un principe reale di Svezia (terzo in linea di
successione).
La famiglia reale svedese è piuttosto abituata ai matrimoni reali
insoliti: la principessa Victoria, futura regina, ha sposato il suo personal
trainer, mentre la principessa Madeleine un businessman anglo-americano. Bando
ai pregiudizi, insomma.
Quando, nel 2010, Sofia e Carlo Filippo si erano
conosciuti e innamorati, lo scandalo travolse la monarchia svedese e i
sovrani Carlo Gustavo e Silvia hanno faticarono non poco ad accettare la
"stravagante" scelta del figlio. Dopo tante controversie e
l'inevitabile chiacchiericcio, la favola è però diventata realtà e domani Sofia
sarà a tutti gli effetti membro della famiglia reale.
Intervistata dalla tv svedese, Sofia (che non rinnega il
suo passato ma ammette che non rifarebbe certe scelte) ha dichiarato che Carlo
Filippo "è sicuramente la persona giusta per me. È anche il mio migliore
amico". Lui, che ha sempre guardato la sua futura moglie al di là del suo
passato scomodo, non ha per lei che dolci parole d'amore:
Prima di conoscerla non avevo idea di cosa fosse "la
magia dell'amore". Ma da quando l'ho incontrata so come l'amore può
cambiare una persona.
Il matrimonio avrà luogo nella Cappella del Palazzo Reale di
Stoccolma alle 16.30. Subito dopo il sì, lo sposo e la sposa sfileranno in
carrozza per le vie del centro. Non appena avranno
raggiunto di nuovo il giardino della Residenza, i neo marito e moglie
verranno salutati con 21 colpi di cannone a salve, mentre le forze armate
svedesi renderanno omaggio alla coppia. Quindi, via libera ai festeggiamenti,
con una sontuosa cena a Palazzo e danze fino a tarda notte.
E come in tutte le favole che si rispettano: "Vissero tutti felici e contenti."
Nonno Franco a Stoccolma: Noi e la Svezia.: Confrontarsi aiuta a crescere, a maturare i propri punti di vista, a smussare certi angoli. Un breve confronto tra l'Italia e la Sve...
Tracce di cammino è il volume che fu citato da Matteo
Renzi a In mezz’ora («Merita il potere solo chi ogni giorno lo
rende giusto»), è la frase ricordata in trasmissione dal premier, tratta dalla raccolta
dei dattiloscritti – note, poesie, appunti sparsi – che vennero trovati nella
sua abitazione di New York dopo la sua scomparsa. I fogli, conservati in un
raccoglitore, erano accompagnati da un biglietto senza data indirizzato
all’amico Leif Belfrage, sottosegretario svedese agli affari esteri, nella
lettera Hammarskjöld invitava Belfrage a prendersi cura del suo diario e a
pubblicarlo, se lo avesse ritenuto opportuno: «Queste note forniscono l’unico
mio autentico “profilo”», scriveva Hammarskjöld nel messaggio. Il titolo era,
in svedese, Vägmärken (“segni”, “tracce”).
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Dag Hammarskjöld nasce nel luglio 1905 a Jönköping, in Svezia,
quartogenito di una delle famiglie più in vista del paese. Dopo aver completato
gli studi di economia e giurisprudenza ricopre diversi incarichi di governo,
tra i quali quello di ministro degli Esteri alla fine degli anni ’40. La sua
carriera è fulminea e brillante. In breve tempo e ancora giovanissimo ricopre
incarichi di rilievo nel suo paese finché nel 1953 viene eletto Segretario
Generale dell’Onu. Durante il periodo del suo segretariato, che si svolge
nell’arco di circa due mandati, Hammarskjöld si occupa delle crisi più
importanti del suo tempo: quella del Medio Oriente, quella ungherese, quella
libanese. Nel 1956 con l’invasione sovietica dell’Ungheria e la crisi di Suez
crea la prima forza armata di peace keeping delle Nazioni Unite, da allora il
più efficace strumento di controllo delle situazioni di conflitto. Egli
descriveva l’organizzazione delle Nazioni Unite come il «sogno dell’umanità»,
ed era pronto a servirlo a qualsiasi costo personale per il bene del futuro del
mondo.
Ciò che sappiamo sulla sua persona si deve principalmente ad un suo diario
pubblicato postumo. Dag lo aveva scritto indubbiamente per sé e non per altri:
rappresentava il resoconto dei rapporti con se stesso e con Dio, e l’unico
scopo era quello di fissare attraverso di esso le pietre miliari del suo
cammino spirituale. Grazie a quelle pagine oggi noi abbiamo la possibilità di
conoscere il suo ritratto più autentico. Così si scopre che Hammarskjöld,
descritto come un politico freddo, abile, abituato a lunghe ore di lavoro
ininterrotto, era anche un lettore appassionato dei maggiori maestri della
spiritualità antica e moderna: San Giovanni della Croce, Blaise Pascal, Martin
Buber. Testi la cui lettura rilevano uno spirito sensibile e intuitivo, ricco
di umiltà. Ciò che egli scrive nel diario concerne infatti interamente la sua
vita spirituale. Egli confessa la sua fede in Dio, e spiega il significato di
questa fede.
Il libro ha un carattere aforistico con brevi annotazioni, scritte
probabilmente in solitudine, tramite le quali l’autore si «consegna» ad un
ipotetico lettore. Ogni pensiero è una riflessione interiore, da cui trapela lo
sguardo implacabile e lucidissimo con cui egli sapeva analizzare se stesso.
Debolezze, difetti, tentazioni umanissime come l’ambizione e l’orgoglio, li
riconosce in sé, li mette sotto una lente di ingrandimento, dandone definizioni
brevi, significative e spesso inclementi. Il suo è un viaggio dentro se stesso.
Con meditazioni talmente profonde e analitiche che ci riportano alle
Confessioni Agostiniane: «Quanto più fedelmente porgerai orecchio al tuo
interno, tanto meglio udirai quel che ti suona intorno. Solo chi ascolta può parlare».
Da quegli scritti, che abbracciano diversi anni della sua esistenza, prima del
mandato all’Onu traspare una grande solitudine. Dag è infatti per certi aspetti
l’emblema dell’uomo occidentale, tormentato e spesso profondamente solo davanti
alle sfide quotidiane. È un uomo colto, di successo, benestante. Sembrerebbe
non mancargli nulla, eppure, negli scritti dei primi anni, sono frequenti
immagini angosciose, mulinelli, vortici e turbinii, e il dibattersi disperato
di un uomo che sente di non riuscire a cogliere il senso della propria vita. «Chiedo l’assurdo: che la vita abbia un senso. Mi batto per l’impossibile: che
la mia vita ottenga un senso».
Anche da quei primi brevi passi trapela però una spiritualità profonda, fuori
dal comune. Fede «discreta», non sbandierata, libera da formulazioni dogmatiche
o inquadramenti. Ma che rimane comunque la fede di un uomo che ha riposto se
stesso nelle mani di Dio.
«Abbi pietà dei nostri sforzi, così che noi dinanzi a te, in amore e fede,
giustizia e umiltà, possiamo seguirti, in disciplina, lealtà e coraggio, e
incontrarti, nella quiete. Dacci puri sensi per vederti, sensi umili per
udirti, sensi d’amore per servirti, sensi di fede per viverti. Tu che io non
conosco ma a cui appartengo, Tu che io non intendo ma che hai votato me al mio
destino».
Non molti erano a conoscenza, prima della sua morte e della pubblicazione del
diario, di questa sua religiosità. È ipotizzabile che questo suo pudore sia
dovuto al proprio ufficio di segretario generale delle Nazioni Unite, a causa
del quale egli riteneva non gli fosse consentita l’adesione ad una Chiesa e
neppure una precisa impostazione religiosa, che nell’ambiente internazionale
dell’ONU lo avrebbe avvicinato ad alcuni e allontanato da altri. In effetti il
giorno stesso del suo arrivo a New York, dopo la sua elezione egli dichiarò
semplicemente: «Nel mio nuovo incarico ufficiale l’uomo privato deve scomparire
e il funzionario civile internazionale deve prendere il suo posto».
L’unico atto che rivela concretamente al mondo l’importanza che egli dà alla
dimensione spirituale della vita umana è la sala meditazione da lui voluta
nella sede dell’ONU a New York, e il discorso in occasione della sua
inaugurazione: «Ciascuno di noi si porta dentro un nocciolo di quiete, circondato
di silenzio. Questo palazzo, dedicato al lavoro e alla discussione al servizio
della pace, deve avere una sala dedicata al silenzio, in senso esteriore, e
alla quiete in senso interiore. L’obiettivo è stato creare in questa saletta un
luogo le cui porte possano essere aperte ai terreni infiniti del pensiero e
della preghiera. (….) Secondo un antico detto, il senso di un vaso non è il suo
guscio, ma il vuoto. In questa sala è proprio così. La sala è dedicata a coloro
che si recano qui per riempire il vuoto, con ciò che riescono a trovare nel
loro centro interiore di quiete».
Hammarskjöld riesce dunque a celare questo aspetto particolare della sua
personalità.
Anche il suo metodo diplomatico d’altra parte si fondava sulla riservatezza e
sulla discrezione. Difficilmente faceva trapelare notizie o particolari su
incontri o colloqui con i rappresentanti dei vari stati. La sua potremmo
definirla la diplomazia della conciliazione poiché agiva quasi in sordina,
cercando però di attivare tutti i canali a sua disposizione per favorire il
dialogo delle parti in causa.
L’impegno coerente nel perseguire la pace si rivela principalmente nel suo
costante tentativo di mantenersi il più possibile neutrale nelle crisi
internazionali. Questo perché nella sua visione la neutralità si poneva
principalmente come problema etico, prima che politico. Ma era pur sempre una
neutralità operosa che implicava comunque l’intervento, la decisione, la
partecipazione del Segretario Generale nelle singole questioni.
Vita come vocazione
L’interpretazione luterana del lavoro, che è tipica dei paesi del nord Europa,
lo portava ad intendere la sua professione come una missione, quasi una
vocazione divina. La politica è vissuta come via crucis, come ascesi
intramondana. Mistica attiva quella di Hammarskjöld dunque, che si realizza
nell’azione e non nella contemplazione. La fede per lui non è un’adesione
intellettuale ma è un modo di essere che non può esprimersi se non nella
prassi. Una spiritualità vissuta nella solitudine e con riservatezza ma con la
convinzione di servire l’uomo. «La mia vita senza valore per altri è peggio della morte. Quindi, in questa
grande solitudine, servire tutti. Quindi: quanto grande è ciò che mi è stato
donato e quale nullità ciò che io sacrifico».
Dal giorno in cui disse il suo sì a Dio, infatti, egli interpretò la sua vita
in termini di rinuncia personale e sacrificio per il bene degli altri. Da un
certo momento in poi quella del «sì» diventa una tematica dominante del diario:
sì a Dio, sì al suo destino, sì a se stesso, sì alla vita.
«Non so chi, o che cosa, pose la domanda. Non so quando sia stata posta. Non
ricordo che cosa risposi. Ma una volta risposi di sì a qualcuno o a qualcosa. A
quel momento risale la certezza che l’esistenza abbia un senso e che dunque la
mia vita, nella sottomissione, abbia un fine. Da quel momento ho saputo che
cos’è ‘non volgersi indietro’, ‘non preoccuparsi del domani’».
Mentre cerca la chiave del senso della propria vita infatti, struggendosi in
questa ricerca, trova la risposta nell’incarico ONU, che vede come una
missione. Grato della responsabilità che gli veniva affidata, scrive:
«Gratitudine e prontezza. (…) Non esitare, quando ti si chiede, di dare tutto
ciò che hai… (…) Nella condizione umana è un tradimento non essere in ogni istante
il meglio di sé. Tanto più se gli altri credono in te!».
Il senso della vita è dunque donarla, accettando incondizionatamente il proprio
destino.
Convinto che Dio intende servirsi di lui nella linea della pace, infonde nel
suo compito una passione quasi messianica. Assertore della «santità nel
quotidiano», nel suo diario riconosce che è solo nell’azione che è possibile
porsi dalla parte di Dio, mettersi in condizione di essere uno strumento nelle
sue mani: «Nella nostra era la via della santità passa necessariamente
attraverso il mondo dell’azione.(…) Conoscerai la vita e ne sarai riconosciuto
nella misura (…) della tua capacità di sparire come fine e restare come
semplice mezzo».
L’incarico all’Onu avrebbe potuto costituire per lui uno stimolo verso l’affermazione
di sé. Ma egli lo considera come un dono gratuito che ha ricevuto. La sua è
l’umiltà dell’uomo grande, che considera la propria attività come una vera e
propria missione per gli altri, e se stesso come un mezzo di Dio. In ciò la
vita di Hammarskjöld è un esempio di coerenza.
Egli realizza compiutamente la sua scelta di fede. Questa scelta implica la
negazione del proprio egocentrismo, e ciò nella sua esperienza personale si
traduce nel riserbo, nell’umiltà e nel rifiuto di mettersi in evidenza, frutto
di una incessante lotta con se stesso. Contro egoismo e orgoglio si accanisce
il suo sguardo interiore: costantemente egli si prefigge la negazione di sé
come esigenza fondamentale della propria vita, come condizione del giusto
rapporto con Dio: «Con Te: nella negazione di sé, nella fede e nel coraggio».
Essere strumenti
Nel periodo del suo segretariato nasce l’UNEF (United Nations Emergency Force).
Sarebbe naturale, per chi ha giocato un ruolo decisivo in questa creazione
congratularsi con se stesso. Ma il suo sguardo interiore sempre vigile gli
impedisce questo autocompiacimento. Se si compiacesse con se stesso, questo
modificherebbe sostanzialmente la sua persona, la sua possibilità di agire
nella linea chiaramente stabilita dell’umiltà, dell’esclusione di se stesso
dalla propria azione. Per questo combatte contro la tentazione costante della
vanità e dell’auto-approvazione: «Fu quando per la prima volta Lucifero si
congratulò con se stesso per il suo comportamento angelico, che egli divenne lo
strumento del male».
Conseguenza della sua concezione è il suo sforzo di operare con piena dedizione
ma in sordina, dissociando il proprio agire dalla propria persona.
«Rallegrati se hai sentito che quanto facevi era ‘necessario’, ma nota che
anche così eri solo lo strumento per chi con te aggiungeva un granellino alla
totalità che andava creando per i suoi scopi».
Anche per questo forse, nonostante la sua morte misteriosa e il valore
effettivo della sua attività all’ONU, è così poco ricordato per il suo operato.
Egli vedeva il risultato positivo dei suoi sforzi come un miracolo, un dono di
Dio connesso all’operare nella fede. Il bene o il male, leggiamo tra le pagine
del suo diario, non stanno oggettivamente nel successo o nello scacco, ma
nell’uomo, nella sua possibilità di distorcere i doni di Dio o di riceverli
quali essi sono. «Ebbi un tempo e un luogo in cui seppi che la via porta ad un trionfo che è
rovina e a una rovina che è trionfo (...). Più oltre sulla via imparai, passo
per passo, parola per parola, che dietro ogni detto dell’eroe dei vangeli sta
un essere umano e l’esperienza di un uomo. Anche dietro la preghiera che il
calice gli fosse distolto e dietro la promessa di vuotarlo. Anche dietro ogni
parola detta sulla croce».
Durante gli anni della sua attività all’ONU, anni indubbiamente difficili e
tesi a livello internazionale, subì diversi attacchi soprattutto da parte di
quegli stati che, a causa della sua neutralità, non venivano accontentati nelle
loro richieste. Nemmeno in quei casi, in quei momenti di difficoltà e
solitudine, la sua preghiera contiene lamenti, accuse o amarezza, ma una
fiducia che va al di là del presente limitato, per quanto grave esso sia. La
sua fede non è messa in discussione dalla prova, anzi acquista una maggiore
lucidità e profondità seguendo una linea di coerenza e di saldezza. Il suo era
un «avere il senso delle cose di Dio in mezzo alle cose degli uomini».
La sua religiosità era strettamente legata al contesto degli avvenimenti
storici e personali. «La fede è il matrimonio di Dio con l’anima» e questa unione si attua nel
contesto e di fronte ai fatti e all’impegno nella storia e nell’azione. In
questa unione ogni cosa acquista un senso. Dio ha un piano per il suo Universo,
che non è chiaro ed evidente. Si tratta di entrare in questo piano, di entrare
in comunione con lui, in modo da potersi trovare all’interno del senso delle
cose. Ciò lo conduce all’accettazione fiduciosa di qualsiasi evento. È la porta
del «sì» alla vita e alla morte, alla sofferenza e alla gioia, all’azione di
Dio nella propria vita, al servizio, al dovere, potremmo dire con un altro
termine alla vocazione del credente.
Tra le pagine del suo diario altra tematica presente come principale tema di
riflessione è la morte. I suoi pensieri spesso si soffermano sulla morte e
sulla necessità di esserne preparati. Le righe scritte a riguardo sembrano
quasi un presagio della sua terribile fine di cui non sembra avere paura: il
suo è un darsi, consapevole della sua missione. Poco prima di morire, aveva
scritto: «alla domanda se ho il coraggio di andare verso la fine io rispondo SÌ
senza pensarci due volte». È come se si preparasse al sacrificio supremo, ed
esprime infine la sua fermezza in queste parole: «Per colui che ha fede
l’ultimo miracolo sarà più grande del primo».
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Aveva chiesto «qualcosa per cui vivere e abbastanza grande per cui morire»,
desiderava una fine che fosse compimento della vita e, alla luce degli
avvenimenti, è stato accontentato. Anche attraverso la sua morte, Hammarskjöld ha dato un esempio di santità nella
vita quotidiana che lo rende un testimone significativo della fede nel nostro
tempo.
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Sono andato, tornato, ripartito.
E così ora sono qui, in un’altra fase della Vita. Abito vicino al ponte Västerbron, a forma di arpa. E’ bellissimo. La mia gratitudine è a scoppio molto ritardato. Faccio in tempo a dimenticare gli atti, i nomi e i volti prima di aver capito quando dovessi ad ognuno.