Prima che la porta venisse chiusa, Olsson formulò le sue richieste per non
uccidere gli ostaggi: voleva un auto veloce, tre milioni di corone, due
pistole, elmetti e giubbotti antiproiettile. Chiese anche che gli venisse
portato il suo amico Clark Oluffsson, che all’epoca si trovava in prigione. La
polizia sul momento accettò soltanto l’ultima richiesta. Olufsson venne
liberato e inviato dentro il caveau con un telefono per permettere a Olsson di
comunicare con le autorità.
Oluffsson all’epoca aveva 26 anni e diversi
precedenti penali, tra cui una condanna per rapina a mano armata. Ma una volta
all’interno del caveau, secondo quanto raccontarono gli ostaggi, non si
comportò come il complice di una rapina: aveva l’aria di qualcuno che non
voleva trovarsi in quella situazione e sembrava intenzionato ad aiutare gli
ostaggi come poteva.
![]() |
Clark Oluffsson |
Durante la prima telefonata Olsson minacciò di uccidere gli ostaggi e per sottolineare la minaccia afferrò per il collo una donna, Kristin Enmark. Prima che Olsson riattaccasse il telefono, il primo ministro poté sentire le grida spaventate della donna. Il giorno dopo ci fu un’altra telefonata: Kristin Enmark si scusò per come si era comportata il giorno prima e per le sue grida, accusò la polizia di aver tentato di fare irruzione nel caveau e chiese che i due rapinatori e gli ostaggi venissero liberati. Nel frattempo la polizia aveva scavato diversi fori nel soffitto del caveau, da uno dei quali aveva calato una macchina fotografica per scattare alccune foto dell’interno. Olsson sparò due volte dentro alcuni dei fori, ferendo un agente della polizia scientifica alla mano e al volto. Temendo che la polizia volesse utilizzare i fori per pompare del gas dentro il caveau, Olsson legò dei cappi intorno al collo degli ostaggi, in modo che rimanessero strangolati se un gas di qualche tipo li avesse fatti addormentare. Nonostante i cappi il 28 agosto, cinque giorni dopo, la polizia cominciò a pompare del gas all’interno del caveau, costringendo Olsson ad arrendersi.
![]() |
Jan Erik Olsson, subito dopo l`arresto. |

Da allora il termine “sindrome di Stoccolma” venne utilizzato spesso in molti altri casi di cronaca per descrivere il rapporto di complicità che a volte si creava tra ostaggi e rapitori. La sindrome di Stoccolma è in genere descritta come una situazione paradossale durante la quale gli ostaggi esprimono sentimenti positivi nei confronti dei loro rapitori, trovandosi a dipendere completamente da loro: trascurano il pericolo al quale sono sottoposti e scambiano la mancanza di abusi da parte dei loro rapitori per atti di gentilezza. Secondo l’FBI in circa il 30 per cento dei casi gli ostaggi sviluppano una qualche forma di sindrome di Stoccolma.
E poi c`è chi scrive che in Svezia non succede mai niente…!