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Stranezze e stupidaggini di un nonno in pensione nelle terre dei Vikinghi.

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giovedì 13 marzo 2014

Hur barnen tog makten.(Come i bambini hanno preso il potere)

Il dubbio forse è venuto a molti. Ma lo psichiatra svedese David Eberhard lo ha trasformato in una tesi, argomentandolo in un saggio,Hur barnen tog makten (Come i bambini hanno preso il potere): la maleducazione, se non l’anarchia, dei più piccoli tra gli abitanti del regno scandinavo è la prova che la pedagogia dialogante e libertaria non ha per definizione sempre ragione e un po’ di severità farebbe bene a tutti: genitori, figli e società. Come ha riportato l’agenzia France Presse da Stoccolma, lo studio di Eberhard – che ha incontrato qualche favore ma prevedibili critiche – sostiene che dal 1979, quando la Svezia introdusse il divieto di schiaffeggiare i bambini (poi diventato un modello per le legislazioni di mezzo mondo), si è passati a bandire qualsiasi forma di disciplina. Con risultati scoraggianti. Ai pedagoghi l’ardua sentenza. Ai genitori la gestione degli affari correnti. Genitori che, se italiani, hanno già imparato a fare i conti con la dialettica fra scapaccioni vecchia maniera, o quantomeno sgridate e punizioni, e l’approccio dialogante da socialdemocrazia con caratteristiche infantili (o pedagogia con caratteristiche nordiche che dir si voglia). Nanni Moretti, a suo modo, aveva immortalato con crudezza cinicamente divertita la dittatura dei più piccoli nel secondo episodio di «Caro diario» esattamente vent’anni fa, con quei bambini che rispondevano al telefono di casa e quei genitori neanche accomodanti, ma proprio accomodati e prosternati. Anche qui: ai pedagoghi il compito di articolare ricette ponderate e linee guida. La prassi quotidiana del genitore medio resta un percorso a zig zag tra concessioni e frenate, tra il compiacimento di osservare l’assertività di un seienne che esprime il suo punto di vista non richiesto e il fastidio per l’ennesima interruzione «quando i grandi stanno parlando».

LASSISTI D’OCCIDENTE CONTRO TIGRI ASIATICHE - Tuttavia, presa seriamente e secondo una prospettiva «globale», la linea revisionista dello psichiatra Eberhard (che ha sei figli, e forse non può permettersi troppi sbandamenti nella disciplina familiare, pena un’entropia domestica ingovernabile) va a riallacciarsi al dibattito che da qualche anno ronza intorno all’asse Asia orientale-Stati Uniti. L’argine alla deriva lassista ha trovato la sua massima incarnazione nell’accademica americana di origine cinese Amy Chua, l’autrice del «Il ruggito della mamma tigre »(in Italia pubblicato da Sperling & Kupfer). Il libro decantava le virtù di un’educazione severissima, impregnata di valori confuciani, rispetto all’approccio occidentale (nella sua variante nordamericana) troppo orientato all’«espressione di sé» e alla ricerca di percorsi personali. La Cina si è vista culturalmente vendicata e l’industria editoriale della Repubblica Popolare ha assistito a un fiorire di libri che battevano il tema, con ricette più o meno analoghe. I media, inoltre, hanno registrato gli exploit di «padri lupo» e «padri aquila» se possibile più duri e compiaciuti della mamma tigre ma anche le perplessità di una classe media disponibile a mettere in discussione i dogmi dell’educazione tradizionale. Al di là di eccessi e strumentalizzazioni,il dibattito sull’intreccio fra modelli culturali e pedagogici ha tratto profitto dal caso Chua per uscire dall’accademia e contaminarsi con la vita reale di famiglie impegnate a trovare la loro misura e il loro equilibrio. Il mea culpa svedese sembra intonarsi in parte con lo schema asiatico-orientale. Ma si torna al punto di partenza, e forse alla fine tocca ai genitori servirsi di volta in volta, in modo non esclusivo, delle formule offerte da uno stile educativo o dall’altro.
källa:marcodelcorona

Come comporre un menu. Si potrà poi essere più bravi, meno bravi, chissà (e, ahilui, chi scrive è più che altro un padre panda, poco incline a forme di tigrità anche quando sarebbero necessarie…), si potrà guardare ammutoliti alle certezze di educatori e pedagoghi, ma tra la Svezia e la Cina la distanza resta parecchia, e con tante possibili soste intermedie…

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Sono andato, tornato, ripartito.

Sono andato, tornato, ripartito.
E così ora sono qui, in un’altra fase della Vita. Abito vicino al ponte Västerbron, a forma di arpa. E’ bellissimo. La mia gratitudine è a scoppio molto ritardato. Faccio in tempo a dimenticare gli atti, i nomi e i volti prima di aver capito quando dovessi ad ognuno.