Se non dovessi tornare.

Stranezze e stupidaggini di un nonno in pensione nelle terre dei Vikinghi.

domenica 18 ottobre 2015

“Una casa, un lavoro. Così la Svezia ci ha donato la nostra seconda vita”


Una vecchia sede della Ericsson di Västberga, sud di Stoccolma,
 trasformata in casa di prima accoglienza. 
Nella foto un bimbo siriano e un etiope in cortile

Quelli che sono appena arrivati li riconosci subito. Hanno ancora gli occhi pieni di paura e diffidenza, spalancati su questo mondo nuovo, che pare così tranquillo e silenzioso, improvvisamente buono e giusto, dopo tutto quell’orrore. Sono disorientati, sfiancati da marce sovrumane nel cuore dell’Europa, dalla fame, dalla sete, dai morti lasciati lungo la strada. Sono quelli della «via di terra» che ora, dopo settimane di cammino, si permettono un sorriso, lieve. Qui, in Svezia, è finalmente finito il loro viaggio, loro sono quelli che ce l’hanno fatta.  
«Grazie, grazie, grazie». Ripete Zaina, 21 anni, fuggita da Aleppo, arrivata in Scandinavia dopo un viaggio a piedi di 47 giorni. «Grazie». Lo dice a chiunque le rivolga uno sguardo, un sorriso, mentre aspetta il suo turno al centro di identificazione di Märsta, Stoccolma, uno dei più grandi centri di accoglienza svedesi. Qui così come negli altri centri di smistamento allestiti in quelli che una volta erano alberghi, ogni giorno arrivano decine uomini, donne e bambini in fuga, la maggior parte di loro sono siriani. Ormai le strutture di prima accoglienza scoppiano, così molti di loro vengono spediti al Nord, verso le sconfinate pianure lapponi o nelle incantevoli campagne del Dalarna, quelle che le guide turistiche definiscono la «Svezia più autentica e originaria».   
Ronna è un quartiere di Södertäljle, la cittadina a Sud di Stoccolma che diede i natali a Björn Borg, diventata negli ultimi anni una piccola Siria
Il tempo massimo di permanenza nei Cie è di tre giorni, la media due, poi il Migrationsverket ti trova una casa, ti offre un sussidio, assistenza medica di base. Per questo è in Svezia che tutti cercano di arrivare. È il «sogno svedese», questo Nord diventato un miraggio sulle coste libiche tra le barche in partenza, nei campi in Turchia, oltre le barriere macedoni, fino nei Cie italiani in Sicilia: «In Siria se cerchi su Google “asilo” esce in automatico “Svezia” - spiega Quasai Heraim, architetto, 38 anni». La Svezia è l’unico Paese europeo a garantire asilo permanente e incondizionato ai Siriani. E la procedura è immediata: «Non solo: ci dà anche aiuti economici, una casa e una nuova vita - spiega Osama Edward, traduttore dell’Assyrian Human Rights Network -. Per questo tutti cerchiamo disperatamente di arrivare in Svezia». 
Se segui i corsi di lingua e cultura svedese lo Stato ti paga circa 600 euro al mese (di più se hai figli), case con affitti «simbolici» e dopo pochi mesi il permesso di lavoro o l’Università gratuita se vuoi studiare.
La rotta via terra  
Quasai ha studiato la sua fuga seguendo le indicazioni di un video caricato su YouTube che in Siria è diventato come un manuale d’istruzioni. Il titolo: «Come raggiungere la Svezia via terra». C’è il tariffario e i contatti degli smuggler, i trafficanti, le strade da seguire per chi parte da solo o chi si perde lungo il tragitto («segui la ferrovia»), il costo dei passaporti falsi, i confini più difficili da attraversare e i «consigli per il viaggio»: scarpe buone, uno smartphone con gps, una maglia pesante e un telo di nylon. Il resto è solo peso inutile. Quasai è arrivato a Stoccolma da una settimana: «Non volevo morire affogato. Per mesi abbiamo visto le immagini dei barconi, abbiamo contato i morti nel Mediterraneo. Per questo ho scelto il viaggio via terra. Meno acqua possibile tra me e il mio futuro». Ha attraversato a piedi Turchia, Macedonia, Serbia, Ungheria, Austria, Germania. Di giorno nascosto tra i cespugli, nei boschi, di notte in marcia: «Mi svegliavo quando faceva buio e, ogni giorno, per 40 giorni, pensavo: e anche oggi non sono morto». In Ungheria è arrivato appena in tempo: «Il muro era ancora in costruzione, sono riuscito a scivolare sotto il filo spinato. Ora, gli altri come faranno?».

Oltre agli aiuti e al sostegnodel governoi rifugiati siriani scelgono la Svezia 
anche per l’altissima presenza di connazionali emigrati da anni nel Paese. 
Nel centro commerciale di Ronna tutti i negozi, compreso il barbiere «Oskar» sono arabi
È l’Ungheria il Paese che fa più paura: «Nessuno vuol essere preso in Ungheria, nessuno vorrebbe rimanere lì», dice Ibrahim, che a Damasco faceva l’«aggiustacose»: «Ormai è pieno di polizia ovunque, cercano solo noi, come se non bastasse il resto». Il resto è, per esempio l’assalto, di alcuni cani - forse da caccia - all’alba del 7 agosto: Ci eravamo appena addormentati in una foresta vicino all’Austria. Forse avevano fame anche loro... Ci« hanno assaliti, tre di noi sono rimasti feriti». Il viaggio di Yosseff, invece, non è ancora finito: ogni giorno da quando è arrivato, il 21 maggio scorso, cammina - ancora - dalla sua casa alla periferia di Stoccolma al centro di accoglienza, 15 chilometri all’andata, 15 al ritorno: ha perso la fidanzata Nousa durante il viaggio. Il suo gruppo di 35 persone si è imbattuto in una pattuglia militare in Ungheria. Le donne erano insieme, e tutte insieme sono fuggite. Chissà dove. Da allora Yosseff torna al centro ad aspettarla.   
C’è chi scappa da Assad, dall’Isis, dalle milizie shabiah, dai rastrellamenti, dalle bombe, dalla distruzione completa di un Paese. C’è chi scappa da tutto: «Sono partito da Al Qaryatin, il 1 agosto. Il 4 agosto i miliziani di Isis hanno preso il villaggio - racconta Osama, imprenditore edile, cristiano -. La mia casa ora non esiste più, intere famiglie in fuga sono state uccise per colpa delle milizie di Assad: chiedevano soldi per lasciarli passare e scappare, chi non ce li aveva è stato costretto a tornare indietro, nei territori ormai controllati dall’Isis. E all’Isis i cristiani non piacciono».
*****
I bambini soli  
La legge svedese prevede che i minorenni non accompagnati abbiano il diritto al ricongiungimento con tutta la famiglia entro un anno dall’identificazione. «Ce l’ho fatta per 17 giorni». Mohamed è riuscito ad arrivare prima del suo 18 compleanno, fuggito dai sobborghi di Homs. «Eravamo a casa, stavamo per metterci a tavola quando i fantasmi sono venuti a prendere mio padre». I fantasmi, gli «shabiha», le milizie filo Assad. «Guardavo la Tv con mio fratello piccolo. Hanno bussato forte e sono andato ad aprire. Non dovevo aprire la porta. Sono entrati, erano in tanti, e hanno portato via mio padre, che faceva finta di essere tranquillo e ci sorrideva, ma si vedeva che faceva solo finta. L’ho rivisto una settimana dopo: era attaccato per i piedi a un’automobile che lo trascinava per tutto il quartiere. Non aveva più i vestiti ed era morto. Due giorni dopo sono partito, e ora aspetto mia mamma e i miei fratelli». Nell’attesa Mohamed abiterà con una famiglia svedese affidataria (che viene rimborsata dal governo 800 euro al mese) e riceverà sostegno psicologico, lui come tutti i minori soli rifugiati in Svezia: 12 mila nel 2015. Il numero più alto di tutta l’Europa.  

(Dolci preparati dalle donne siriane che vivono nelle case offerte dalla Croce Rossa
 a Töreboda, nel cuore della Svezia)
Mohamed non è l’unico ragazzino solo: alla residenza temporanea di Sodertalije i bambini sono muti e immobili. Alcuni non parleranno per molto tempo ancora, come Akkad, 7 anni, arrivato da Aleppo un mese fa. É stato «spedito» con dei trafficanti che l’hanno lasciato, da solo, al casello appena oltrepassato il ponte tra Danimarca e Svezia. Addosso una busta di plastica con il suo nome e l’indirizzo della famiglia. Ha enormi occhi verdi, una felpa a righe bianche e blu, un berretto troppo grande con il logo «Scania». Non ha mai parlato: «Le bombe prima, la paura, l’assenza dei genitori gli hanno fatto questo», spiega Annika Brolin, una volontaria che assiste. «Le vittime dell’orrore non sono salve, neanche qui». 
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monica perosino inviata a stoccolma
la stampa 




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Sono andato, tornato, ripartito.

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E così ora sono qui, in un’altra fase della Vita. Abito vicino al ponte Västerbron, a forma di arpa. E’ bellissimo. La mia gratitudine è a scoppio molto ritardato. Faccio in tempo a dimenticare gli atti, i nomi e i volti prima di aver capito quando dovessi ad ognuno.