Se non dovessi tornare.

Stranezze e stupidaggini di un nonno in pensione nelle terre dei Vikinghi.

venerdì 7 ottobre 2016

Monica Zetterlund: "Sakta vi gå genom stan"

Edda Magnason nella parte di Monika Zetterlund nel film "Monica Z"

Era il 1964, New York. Quando Bill Evans ricevette il nastro con quell'incisione, rimase interdetto. Alzò il volume: squillava una voce femminile per convincerlo a cedere, a dire di sì, a esibirsi insieme. Una donna per di più. Bella e bionda che cantava il jazz: robe da pazzi. Il pianista, ormai all'apice del successo, non amava più accompagnare cantanti. Perché abbassarsi a tanto? Il plico arrivava dalla lontana Svezia... Evans ascoltò. Ed Evans cedette.
Nel giro di pochi mesi si ritrovò qui a Stoccolma con Monica Zetterlund per registrare l'album Waltz for Debby. Ormai un mito nell'epopea del jazz. La storia di Monica (il jazz ma anche i suoi brani più popolari, perfino la verve comica espressa nelle riviste recitate a teatro, gli svariati amori, la paura del palco, i segreti, l'alcool, i misteri) e la sua Stoccolma sono raccontati in un film, Monica Z, uscito in Svezia a settembre di tre anni fa. La Zetterlund è morta nel 2005 a 67 anni. Mai davvero dimenticata, «la sua è l'immagine di una donna geniale, intraprendente, simbolo di anni (Sessanta e Settanta) nei quali si voleva superare ogni confine, nel jazz e non solo – racconta Peter Birro, sceneggiatore del film, diretto da Per Fly –. Tutti sapevano pure che aveva avuto un'esistenza travagliata». Visse diversi anni con Vilgot Sjöman, regista, grande ammiratore di Ingmar Bergman (girò Sono curiosa nel '67, la storia del bislacco risveglio politico e sessuale di una giovane donna per le strade di Stoccolma). Ma Monica, in realtà, era fatta di un'altra pasta. Nata in un quartiere operaio nella dimenticata Hagfors, era una donna del popolo, «spavalda, con un umorismo molto diretto – ricorda Birro –, ma sapeva trasformarsi nella raffinata regina del jazz».
Il quartiere di Östermalm
La sua vita artistica (e non solo) si divise fra due luoghi simbolo della musica a Stoccolma. Che sono ancora lì, ai margini fra Norrmalm, il quartiere degli affari e dello shoppjng, e Östermalm, con i palazzi dell'alta borghesia, le guglie, i pinnacoli: pochi minuti a piedi dividono Nalen, il locale dove Monica interpretava le soffuse melodie del Jazz. E il Chinateatern, teatro del 1928, nella decorazione ispirato all'Oriente, dove veniva fuori l'altra Monica, l'attrice delle riviste. Delle risate. Spensierata.
Ragazza madre a 17 anni, la Zetterlund agli inizi era stata operatrice telefonica nella sua provincia profonda. Canticchiava il jazz americano senza neanche capire l'inglese. Il film racconta le contraddizioni fra la sua anima ribelle e la voglia tradizionalista di essere amata e apprezzata da un padre limitato e distante e di voler diventare per la figlia Eva-Lena la madre perfetta, che non poté mai essere. Al tempo stesso cercò sempre di rompere dei tabù. Nella sua prima tournée a New York si faceva accompagnare da musicisti neri e il suo produttore le disse che doveva sostituirli con dei bianchi: erano i tempi della segregazione razziale. Ma lei rifiutò. «Poi, in un mondo maschile come quello del jazz, riuscì a farsi avanti e a imporre che si cominciassero a cantare brani in svedese, perché lei voleva raccontare una storia, immedesimarsi». Per tradurre i classici dall'inglese coinvolse Beppe Wolgers, poeta e artista a tutto campo (anche l'attore che impersonerà il padre di Pippi Calzelunghe nel noto sceneggiato).
Non è sorprendente una storia come quella della Zetterlund nella lontana Svezia. Nel jazz il Paese ha una lunga tradizione. La neutralità attiva di Stoccolma durante la Seconda guerra mondiale e dopo (e di conseguenza una certa distanza dagli Stati Uniti) ridussero al minimo, rispetto al resto dell'Europa, l'influenza del bop. Dallo swing si migrò impercettibilmente al cool jazz. In quel filone riflessivo, rilassato si inserisce anche Jan Johansson, che negli anni Sessanta volle conciliare il folk svedese con il jazz (si veda l'album Jazz pa svenska), influenzando tutti quelli che verranno dopo, fino ai giorni nostri, la melanconia, ad esempio, di Anders Jormin. La particolarità di Monica? «Cantava lentamente, lasciava la musica e la melodia andare avanti – precisa Birro –, per poi riprenderle con le parole». L'altro suo contributo all'apertura della Svezia alla scena internazionale del jazz fu la propria casa. Sembrava un castello. È ancora lì, nel quartiere residenziale di Lidingö. Vi sono state girate tante scene di Monica Z (dove una magnifica Edda Magnason interpreta la Zetterlund). Fra gli anni Sessanta e Ottanta si sparse la voce tra i grandi del jazz che, se fossero andati a suonare a Stoccolma, Monica li avrebbe sicuramente accolti in quella sorta di palazzo modernista, con la sua solita generosità. Il pianista Steve Kuhn ci rimase qualche anno, una relazione amorosa travagliata, come sempre.
Il teatro "Södra"
I jazzisti più conosciuti si esibivano (oggi come allora) al Södra Teatern, edificio ottocentesco, ai margini nord dell'isola di Södermalm, in alto, davanti al luna park e a Gamla Stan, il centro storico. Al Södra, il 18 febbraio 1983, si tenne anche l'ultimo concerto in assoluto di Chet Baker e Stan Getz: cantarono Just friends, anche se amici non lo erano per nulla, tanto che alla fine della serata interruppero la tournée. Anche per quel memorabile, storico concerto Stoccolma è diventata città simbolo del jazz. Monica Z termina il giorno del matrimonio della Zetterlund, nel 1974, con Sture Åkerberg, contrabbassista, il vero amore della sua vita, anche se poi si separeranno una decina di anni più tardi. Nel 2005 Monica morirà: ritrovarono il corpo carbonizzato nel suo appartamento. L'incendio era stato provocato con ogni probabilità da una sigaretta fumata a letto. Lei, da anni malata di scoliosi, si spostava sulla sedia a rotelle: non era potuta fuggire. «Abbiamo voluto superare un'immagine così brutta – conclude Birro – e ridarle quella di una donna bella, brillante, quale era». Alla fine del film vola felice nel cielo di Stoccolma.
 La terrazza Evert Taube
Lo stesso di una sua canzone, SAKTA VI GÅ GENOM STAN , che significa «Lentamente andiamo attraverso la città». È la storia di lei che passeggia con il suo lui per Stoccolma, un giorno d'estate, tra quegli scorci di isole, antichi palazzi, battelli che scivolano sull'acqua e che si intravedono anche nel film. Camminare con leggerezza, una sera quando il sole rimbalza nel cielo e non tramonta mai.

Källa:il sole ventiquattrore per nonno Franco a Stoccolma
La terrazza Evert Taube, all'estremità ovest di Riddarholmen, una piccola isola, che con Gamla Stan costituisce il cuore più antico della città, è uno dei luoghi privilegiati per assistere a quello spettacolo della natura.
Il sole, niente di più. Monica amava quei tramonti infiniti.
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Sono andato, tornato, ripartito.

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E così ora sono qui, in un’altra fase della Vita. Abito vicino al ponte Västerbron, a forma di arpa. E’ bellissimo. La mia gratitudine è a scoppio molto ritardato. Faccio in tempo a dimenticare gli atti, i nomi e i volti prima di aver capito quando dovessi ad ognuno.