mercoledì 11 maggio 2011

" Er Nasone"

A Roma da qualche giorno non si parla d`altro, secondo una previsione sismica vecchia di 32 anni oggi: Roma sprofonderà. Non chiedetemi l`ora per noi romani la puntualità è un opcional…

Il mio vicino di casa l`ha presa in modo irresponsabile -meno male così non pago la rata “da machina”- ha detto propio “da machina”. -Allora domani non si lavora così venimo tutti a spasso co`te a Frà- gli ha fatto eco la moglie.

Penso a come sarebbe triste domani mattina svegliarsi senza il selciato pieno di buche sotto casa mia. Dove si inciampa, si impreca e se cadi cammini a quattro zampe, senza la fontanella al centro della piazza che se l`ascolti in silenzio ti racconta secoli di storia, senza “er nasone” dove da ragazzino mi dissetavo nei torridi pomeriggi dell`estate romana, senza il ponentino malandrino che fa alzare le gonne “alle belle donne”, il colonnato di piazza san Pietro che mi aspetta sempre paziente per salutare i miei ritorni con un grande abbraccio o con una grande sberla… a seconda dei casi.

Niente paura Roma, domani sarai ancora qui dove l’eternità è casa tua, l’Impero è casa tua, Dio è a due passi da dove sto scrivendo questo post, il paradiso è nostro, dove la Roma e la Lazio sono il nostro unico bene e nostro unico male e viceversa.
É l`ora terza , il sole mi riscalda con una dolcezza che avevo dimenticato da anni.

Piccioni permettendo berrò un caffè a piazza del popolo. Dopo me ne torno al mare a Civitavecchia.

(a presto vagabondo)

domenica 1 maggio 2011

Il posto delle fragole

Il mio posto delle fragole: me lo ricordo com’era allora, dolce, vibrante, il verde era di smeraldo, il blu uno zaffiro liquido mi ricordo che il sole c’era sempre, anche quando non c’era, perché me lo sentivo dentro con l’abbaglio della gioventù. La gioia nel guardarlo, ammirarlo, tuffarmici dentro, viverlo, con la pelle e l’anima, era lo scopo delle mie giornate. A volte non pensavo ad altro: solo quel posto amico esisteva. Lo sognavo la notte, poi il mattino la mia prima corsa in bici, il primo sobbalzo al cuore. Poi tanti altri a seguirlo. Andarmene faceva male. Ma non potevo fare altro, non capite? Non avevo altra scelta, in preda a rigide regole che non potevano cambiare.

Lasciare il posto delle fragole mi faceva soffrire. No anzi, sanguinavo. E solo il suo continuo pensiero mi dava forza per continuare. L’avrei rivisto tra poco, in fondo, coraggio… Un giorno però il viaggio fu più lungo (scelta mia).Ma gli anni di lontananza me lo resero sempre più bello, anche se un pò (poco poco) sbiadito. Lo cancellavo con violenza, quando mi veniva in mente, forte ancora, anche struggente, il desiderio mai appassito, la voglia di immergermi acuta…

Fu diverso, dunque, il mio posto delle fragole, quando ieri me lo ritrovai di fronte all’improvviso. Trattenevo il fiato, non sapevo che sentire, che pensare, sarebbe stato diversissimo stavolta, cambia tanto il mondo, la storia, e anche i posti, con nuove aggiunte, qualche perdita, forse importante… Ma no, mi sentii battere il cuore quando il mio sguardo lo accarezzò di nuovo, ma cercai tanto di controllare quei sentimenti clandestini e segreti.

Splendido come allora, il mio posto delle fragole. Sì, mutato, in qualche aspetto, le fronde abbondanti dei miei alberi amati un pò più scarse, appena appassite. Ma non meno care. Forse di più. Sì, tanto di più, e le emozioni celate resuscitarono, esuberanti, eruttate dal vulcano che mi era diventato il cuore. Cambia tutto ma non cambia niente. Riafferrare quel passato con la rabbia dello spreco degli anni. L’ira e lo strazio, l’ingiustizia. Poi la possibilità (concretissima!) di dipingerlo di nuovo, con tenerezza e anche col fuoco, renderlo ancora fremente e prezioso.

Lentamente, il mio posto delle fragole si ritrasse nell’oscurità, sempre lì, sotto lo stesso sole. Ma non ne assorbiva più il calore. Né la vita. Difficire vederlo, rassegnato all’anonimità, un posto come tanti. Mi fa angustiare trovarlo così, risoluto ad avvolgersi in quel manto insipido. Che fare, dunque? Bisogna continuare, allontanarsi con fermezza, anche girare la pagina. Ce ne sono tanti di posti delle fragole in questo nostro meraviglioso mondo, e il richiamo mi infonde nuova speranza.
Posti abbaglianti, da toglierti il fiato, lontani ma anche vicinissimi, seducenti tutti. Sì sono diversi, ma non meno dolci. Certo meno amari. Che svanisca pure, allora, `sto posto delle fragole stanco. Jag flyttar vidare.

giovedì 28 aprile 2011

I tre inverni della paura

Dopo aver festeggiato il 25 Aprile vi consiglio di leggere un libro: "I tre inverni della paura" di Giampaolo Pansa una pagina drammatica della nostra storia. Dall'omicidio di don Pessina, "un delitto orribile e senza motivo. era venuta una catena di errori grossolani e privi di scusanti".

Senza nulla togliere alla vera Resistenza, leggendo un bel romanzo si scoprono fatti poco noti e credo abbastanza utili da conoscere. In più, è ambientato in zone "conosciute", come, per es., Parma, Traversetolo, Quattro Castella, con "puntate" anche a Reggio Emilia, Casina, etc.

Uno stralcio del commento del Corriere della Sera lo descrive abbastanza bene: «Pansa non vuole demonizzare la Resistenza, ma raccontare gli eccessi di cui fu vittima una parte della popolazione italiana. Una tragedia che ha trovato pochi cantori» . Più volte, nei libri di questi ultimi anni dedicati alla riscoperta dell’infinito carnaio che fu il dopo 25 aprile ad opera delle bande armate comuniste che non vollero deporre subito le armi, Giampaolo Pansa aveva detto che ciò che raccontava era nulla rispetto a quello che avvenne nel cuore dell’Emilia “rossa”, nel triangolo tra Parma Reggio Emilia e Modena. Ha colmato la lacuna con questo: I tre inverni della paura. Un libro che, assieme a tutti gli altri di Pansa, dovrebbe essere letto soprattutto dai giovani affinchè capiscano dove può portare l'odio ed evitino, possibilmente, di ripetere gli errori dei propri nonni.

lunedì 25 aprile 2011

La pizza pasqualina

Un’altra Pasqua, un’altra primavera (tanto per dire, il tempo non è stato un granché oggi a Civitavecchia), e naturalmente un’altra Pizza pasqualina fatta con le mani di zia Caterina (fa anche rima…) . Bella, grandissima, dorata, profumata d’arancio, alchermes e vaniglia, la regina della Pasqua civitavecchiese. è stata di nuovo creata nella mia vecchia cucina italiana. Ma sì, certo che zia Caterina si preoccupa sempre, tutti gli anni, verrà bene, riuscirò ad inpastare la pasta senza buchi, si gonfierà troppo nel forno, si romperanno dei pezzetti della crosta…? Ma no, tutto va sempre bene e l’aroma della mia infanzia nella Piccola Città inonda questa casa così lontana da Stoccolma.
Sarà consistente ed allo stesso tempo morbida e fragrante, dolce e aromatica, perfetta con una tazzina di caffè, il giorno dopo a colazione.
Vi offro dunque la pizza di zia Caterina, cari amici italiani, svedesi ed italo-svedesi con l’augurio di gioia e pace e di ricordi emozionanti che vi accompagneranno per tutta la vita.

Ancora Buona Pasqua dalla Piccola Città!
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Attenzione

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Sono andato, tornato, ripartito.

Sono andato, tornato, ripartito.
E così ora sono qui, in un’altra fase della Vita. Abito vicino al ponte Västerbron, a forma di arpa. E’ bellissimo. La mia gratitudine è a scoppio molto ritardato. Faccio in tempo a dimenticare gli atti, i nomi e i volti prima di aver capito quando dovessi ad ognuno.