Se non dovessi tornare.

Stranezze e stupidaggini di un nonno in pensione nelle terre dei Vikinghi.

mercoledì 7 maggio 2014

I più pericolosi nemici d’Italia non sono i tedeschi, sono gli italiani.


Chi si ricorda di Massimo d’Azeglio? Di lui si cita spesso una frase: fatta l’Italia, ora bisogna fare gli italiani. Per il resto buio assoluto. Luigi Zingales, economista dell’Università di Chicago nonché neo consigliere d’amministrazione di Eni, usa un brano dello scrittore e uomo politico risorgimentale per concludere il suo libro appeno uscito sull’euro, “Europa o no”. (Se avete voglia di capire i problemi delle moneta unica, le opportunità e i rischi di una eventuale uscita dell’Italia, è un testo da leggere).
Al di là dei temi economici la citazione di D’Azeglio è folgorante.  Eccola:

I più pericolosi nemici d’Italia non sono i tedeschi, sono gl’italiani. E perché? Per la ragione che gl’italiani hanno voluto far un’Italia nuova, e loro rimanere gl’Italiani vecchi di prima, colle dappocaggini e le miserie morali che furono ab antico la loro rovina; perché pensano a riformare l’Italia, e nessuno s’accorge che per riuscirci bisognava che si riformino loro, perché l’Italia, come tutt’i popoli, non potrà divenir nazione, non potrà esser ordinata, ben amministrata, forte così contro lo straniero e contro i settari dell’interno, libera e forte di propria ragione, finché grandi e piccoli e mezzani, ognuno nella sua sfera non faccia il proprio dovere, e non lo faccia bene, od almeno il meglio che può. Ma a fare il proprio dovere, il più delle volte fastidioso, volgare, ignorato, ci vuol forza di volontà e persuasione che il dovere si deve adempiere non perché diverte o frutta, ma perché è dovere; e questa forza di volontà, questa persuasione, è quella preziosa dote che con un solo vocabolo si chiama carattere, onde per dirla in una parola sola, il primo bisogno d’Italia è che si formino italiani che sappiano adempiere al loro dovere; quindi che si formino alti e forti caratteri. E pur troppo si va ogni giorno più verso il polo opposto.
källa:ilgiornale a.allegri

E’ un passaggio de “I mie ricordi” ed è stato scritto nel 1866,  ma descrive quella che sembra una costante antropologica, tipicamente italica, valida anche oggi. La falsa coscienza di chi è in grado di nascondere anche a se stesso le verità più evidenti e di partire lancia in resta una volta individuato il capro espiatorio più utile  a nascondere le proprie menzogne e le proprie piccole convenienze.

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Sono andato, tornato, ripartito.

Sono andato, tornato, ripartito.
E così ora sono qui, in un’altra fase della Vita. Abito vicino al ponte Västerbron, a forma di arpa. E’ bellissimo. La mia gratitudine è a scoppio molto ritardato. Faccio in tempo a dimenticare gli atti, i nomi e i volti prima di aver capito quando dovessi ad ognuno.