stranezze

Stranezze e stupidaggini di un nonno in pensione nelle terre dei Vikinghi.

sabato 9 marzo 2013

”Ci sono le fate a Stoccolma”


”Ci sono le fate a Stoccolma” è un libro che racconta la fuga dall’Italia e la ricerca di un posto dove sentirsi “perfetti”, lo scrittore individua il suo posto perfetto in Stoccolma.

Se siete quelli che reputano l’Italia il paese più bello del mondo, (io sono uno di quelli) vi consiglio di non leggerlo, io l`ho letto ugualmente perchè a pensarci bene alla fine nessun paese è il più bello del mondo, perchè la differenza la facciamo noi e solamente noi. La mia esperienza personale mi fà pensare che nel mondo ci siano posti dove uno si senta più libero, città dove stranamente vi sentite a vostro agio e città dove vi sentite nervosi, e soli trà milioni di persone.

Ma ritornando al tema del libro, confrontiamo i pregi dell’Italia e quelli della Svezia,è chiaro che se io non avessi preferito di gran lunga i secondi dato che vivo in Svezia da 45 anni sarei già scappato da un pezzo a "gambe levate."

Chi se ne frega del clima (meglio non pensarci), del cibo (viene bene anche in Svezia), a me del resto interessano altre cose.

Una di queste è che, in Svezia al centro di tutto viene messo l’individuo, in Italia al centro di tutto c’è la famiglia (e nemmeno sostenuta dallo Stato) e perché tutto ciò? Forse perché in Italia c`è un ”omino” che va vestito tutto di bianco che continua a predicare che la donna, si realizza solo nella cura dei figli e del marito? (Chiedo venia, non volevo… lo buttata lí… ) Alla fine questo libro mi ha fatto riflettere e pensare ad un Italia dove tutto s’appoggia sull’apparenza. 

Nel libro l’autore parla di essere stato educato al familismo italiano dove ha appreso a sue spese fin da bambino cosa sia l’ansia, la paura di far “brutta figura”, ad essere sincero anche io convivo un pò con la paura di far ”brutta figura” poi che me ne frego altamente di cosa pensano gli altri è un altro discorso ma vi assicuro che in Svezia quest’ansia non esiste e non si vede ne trà gli uomini e tanto meno trà le donne ,dove invece c’è una tranquilla coscienza di sé e una certa voglia di comunicare.
Un libro molto interessante.

Voglio proporvi le prime pagine…buona lettura.
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La soluzione dei problemi italiani potrebbe chiamarsi già Copenaghen. Mi trovo, in una splendente mattina di sole, nella suite di un albergo che un tempo era un magazzino, in Nyhavn. Volgendo lo sguardo verso la finestra inondata di luce, vedo i traghetti, i barconi, le chiatte sul canale; mi giunge il rumore ovattato dei motori. 

Più lontano, dall'altro lato del porto, quello di una gru diligente e operosa. In basso, una ragazza fuma una sigaretta seduta sulla banchina, gambe all'aria verso l'acqua, tutt'uno con lo scintillio del canale. Ci sarebbe da correre ad abbracciarla (senza che nemmeno sia bionda), se lei non montasse svelta sulla bicicletta appoggiata lì accanto.
Donna Wood è forse il nome dell’attracco del vaporetto (a Venezia si direbbe così) sotto la mia finestra, e di sicuro è ciò che recita un'insegna con tanto di virgolette civettuole. 

Non c'è niente di freddo o ingessato in questo nord dalla luce argentata, con una con una temperatura di venticinque gradi. Chi mai potrebbe avere nostalgia dell'Italia, del Mediterraneo, della sua afa e di quella vitalità fangosa che al fondo è solo studiato rinvio della morte? La soluzione è andarsene, non occuparsi più dell’Italia.

Crede che sia possibile? Crede che si libererà di se stesso alla svelta e facilmente?
Chi ha parlato? La luce entra nella suite da una finestra non ampia; al passaggio delle barche sul canale, disegna ghirigori sul legno del tavolo, ombre che agitano figure astratte. Nessuno qui a parte me, eppure è proprio come se ci fosse qualcuno…
Pochi minuti dopo, nella sala della prima colazione dell’albergo, fa la sua comparsa un signore abbronzato – i capelli brizzolati, la camicia aperta sul petto come andava nei primi anni settanta – che si serve al buffet riempiendosi il piatto. «Buon giorno, io sono il Diavolo», dice venendosi a sedere al mio tavolo. «Non si spaventi», aggiunge con un sorriso largo e accattivante, «non sono Belzebù. Hanno cominciato a chiamarmi così un po’ di anni fa sulla Riviera Adriatica, e alla fine il nomignolo mi è rimasto appiccicato al punto che io stesso mi sono persuaso di essere un po’ un suo parente».

Lo stupore deve apparire sul mio volto se lo sconosciuto si sente di rassicurarmi: «In ogni caso, se vuole restare tranquillo e mangiare la sua colazione da solo, non ha che da dirlo». Gli faccio cenno di restare, incuriosito nonostante tutto. Apprendo così che il signore è un veterano dei paesi scandinavi, in cui è arrivato per la prima volta in motocicletta poco più che ventenne, e nei quali è ritornato regolarmente nel corso degli anni. Da Cesena, sua città natale, il tragitto a quei tempi era facile e diretto: Rimini o Riccione e poi Stoccolma e Oslo sulla scia di qualche vichinga, meglio se in formato Anita Ekberg. Era la dolce vita, che una volta in Italia c’era e adesso non più.
Mi sembra chiaro come il Diavolo sia il residuato di una guerra condotta a colpi di bravate sulla spiaggia, playboy in declino di un mondo in declino, il tipico romagnolo affamato di tette e sederi, il cui interesse per i paesi scandinavi si concentra tutto in tette e sederi. 

Taglio corto e faccio per alzarmi, ma lui mi trattiene per un braccio. «So bene del resto cosa significhi fuggire dall’Italia…» Quasi avesse indovinato il mio pensiero, pare cerchi in me un alter ego, l'amico o il complice che per lui non potrei mai essere. Mi stacco con fredda cortesia, e mentre mi allontano lo sento mormorare ancora qualcosa: una sorta di «Arrivederci…» con intonazione ironica.

In una Opel a noleggio ho caricato la bicicletta prima di prendere la rotta del nord per tentare di risolvere i miei problemi italiani. Ho intenzione di vivere Stoccolma pedalando nelle sue strade dalle molte piste ciclabili, nel centro, nei parchi, lungo l'acqua. 

Arrivo alla meta in piena notte, cioè nel chiarore di un infinito crepuscolo. Stoccolma è immersa in un'incertezza assente. Alle due e mezzo il crepuscolo è già l'aurora con i suoi cinguettii. Nella strada chiara e silenziosa vedo volare una ragazza in bicicletta avvolta in uno scialle rosa.
«Vede, ci sono le fate a Stoccolma…», sembra dirmi una voce che non so da dove venga e non riesco a identificare.

Stoccolma conosce la presenza intensa delle donne. Sono ovunque, a qualunque ora, forti della loro piena libertà di movimento e della loro dignità; muovono i loro corpi con la grazia di chi non ha nulla da temere e può, se vuole, giocare con calma il gioco della seduzione.

Più tardi, seduto al tavolino di un caffè nei pressi della casa di Strindberg, mi capita di pensare che sono rimasto indietro con tutto: i libri, i viaggi, gli amori. E la migliore prova di questo far niente è data proprio dal mio essere a Stoccolma. L'aria è frizzante, il cielo terso attraversato da nuvole bianche. Non faccio nulla se non osservare una tale seduta al caffè di fronte al mio, che potrebbe andarmi fin troppo bene se non avesse un appuntamento con uno che potrebbe essere me se solo non portasse i pantaloni corti

Mi sembra di essere lo scrittore più scrittore che ci sia: la giacca da scrittore, il quadernetto, la penna, perfino gli occhiali scuri… Eppure non scrivo niente. Da mesi i miei lavori sono sospesi, l'unica cosa che mi riesca di fare è passeggiare. Qui a Stoccolma tutto mi piace a parte me stesso. La ragione è semplice: sono un pezzo d’Italia e io detesto l’Italia. Il suo mammismo metafisico, quella particolare mistura di moderno e tradizionale ad alto tasso di familismo che ti taglia le gambe; e poi gli intellettuali servili e felloni, incapaci di formare un contesto che non sia quello del loro semplice opportunismo: insomma tutto ciò che vorrei lasciarmi alle spalle e invece mi accompagna sempre. 

Perfino il clima italiano mi è diventato insopportabile: un caldo schifoso in estate, e poi in inverno il gelo, la nebbia, la pioggia… Quella dell’eterno bel tempo sembra una favola inventata dagli italiani per vendersi meglio.
da un diario di Rino Genovese (napoletano verace).






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Sono andato, tornato, ripartito.

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E così ora sono qui, in un’altra fase della Vita. Abito vicino al ponte Västerbron, a forma di arpa. E’ bellissimo. La mia gratitudine è a scoppio molto ritardato. Faccio in tempo a dimenticare gli atti, i nomi e i volti prima di aver capito quando dovessi ad ognuno.